Non è sempre “colpa” di lei: cosa sapere sull’infertilità

Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini, circa 15mila in meno rispetto all’anno precedente. È un nuovo minimo storico, che conferma una tendenza ormai strutturale: il Paese fa sempre meno figli, sempre più tardi. In questo quadro, giugno, mese dedicato alla sensibilizzazione sull’infertilità, diventa un’occasione per riportare al centro un tema spesso affrontato solo quando la gravidanza non arriva. La fertilità, invece, non riguarda soltanto l’età adulta o la scelta immediata di avere un figlio: è una componente della salute che si costruisce e si tutela nel corso della vita.

Secondo il Ministero della Salute, l’infertilità interessa circa il 15% delle coppie italiane. A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che riguardi circa una persona adulta su sei, pari al 17,5% della popolazione adulta mondiale. Non si tratta quindi di un fenomeno marginale, né di una questione esclusivamente femminile. Come ricorda l’Istituto Superiore di Sanità, le cause si distribuiscono in modo sostanzialmente equilibrato: circa il 40% dei casi è riconducibile a fattori femminili, un altro 40% a fattori maschili e il restante 20% a cause miste o legate alla coppia.

In un’Italia segnata dal calo delle nascite, parlare di infertilità significa quindi parlare anche di prevenzione, informazione e consapevolezza. Non per trasformare la denatalità in una responsabilità individuale, ma per aiutare uomini e donne a conoscere meglio la propria salute riproduttiva e i fattori che possono comprometterla.

La fertilità non è solo una questione femminile

La denatalità italiana non può essere spiegata soltanto con l’infertilità. Le cause del calo delle nascite sono molteplici e riguardano il lavoro, il reddito, l’abitazione, i servizi, la conciliazione tra vita professionale e familiare, la stabilità delle relazioni e la possibilità concreta di progettare il futuro. A pesare è anche la struttura demografica: diminuisce il numero di donne in età fertile e questo riduce, di per sé, il potenziale numero di nascite.

Allo stesso tempo, infertilità e denatalità si incontrano su un punto decisivo: il tempo. In Italia si diventa genitori sempre più tardi. Nel 2025 l’età media al parto è salita a 32,7 anni, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Il rinvio della maternità e della paternità è spesso legato a ragioni sociali ed economiche, ma dal punto di vista biologico può rendere più complesso il percorso verso una gravidanza.

Uno degli aspetti più delicati riguarda la fertilità femminile. “Ogni donna nasce con un numero predefinito di cellule uovo: la riserva ovarica, che con il passare degli anni si riduce fino ad esaurirsi con la menopausa”, spiega il ginecologo Marco Grassi. “Alla nascita sono presenti circa 1-2 milioni di follicoli, che alla pubertà si riducono a circa 500mila. Solo circa 500 verranno effettivamente ovulati, mentre gli altri vanno incontro a degenerazione”.

Questo non significa che la fertilità sia un tema solo femminile. Anche la salute riproduttiva maschile può essere influenzata da età, patologie, infezioni, stili di vita, esposizioni ambientali e condizioni andrologiche non diagnosticate. Il punto, quindi, è culturale prima ancora che clinico: l’infertilità riguarda la coppia e va affrontata coinvolgendo entrambi i partner.

Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si parla generalmente di infertilità quando non si ottiene una gravidanza dopo 12 mesi o più di rapporti regolari e non protetti. In presenza di fattori di rischio o di età più avanzata, però, la valutazione medica può essere anticipata. Aspettare troppo può voler dire perdere tempo prezioso, soprattutto quando esistono segnali clinici, cicli irregolari, dolore pelvico, infezioni pregresse, varicocele o altre condizioni note.

La fertilità si protegge fin dall’infanzia

Uno dei messaggi più importanti della sensibilizzazione sull’infertilità riguarda la prevenzione precoce. La salute riproduttiva non comincia quando una persona decide di avere un figlio. Si costruisce durante l’infanzia, l’adolescenza e la giovane età adulta, attraverso stili di vita, diagnosi tempestive, controlli appropriati e informazione corretta.

Durante la crescita, il corpo attraversa cambiamenti fisici, ormonali e psicologici che portano alla maturità sessuale. In questa fase possono emergere anomalie o condizioni che, se trascurate, possono avere conseguenze in età adulta. Per questo è importante intercettare precocemente eventuali segnali e ridurre i fattori di rischio modificabili.

Tra questi rientrano fumo, consumo di alcol, obesità, eccessiva magrezza, sedentarietà, attività fisica eccessiva, esposizione a sostanze ambientali e comportamenti sessuali non protetti. Non tutti questi fattori determinano infertilità, ma possono incidere sulla qualità degli ovociti e degli spermatozoi, sull’equilibrio ormonale e sulla salute dell’apparato riproduttivo.

“Le cause più frequenti di infertilità, sia maschile sia femminile, sono rappresentate anche dalle malattie sessualmente trasmesse”, chiarisce Grassi. “Negli ultimi anni si è registrato un incremento delle patologie acute e croniche della sfera riproduttiva. Molte infezioni possono essere asintomatiche e, se non diagnosticate e trattate, avere conseguenze sulla fertilità”.

La prevenzione passa quindi anche dall’educazione alla salute sessuale. Informare correttamente gli adolescenti non significa anticipare comportamenti, ma fornire strumenti per proteggersi. Le infezioni sessualmente trasmesse, quando non riconosciute, possono causare danni alle tube, infiammazioni croniche, alterazioni della qualità seminale e altre conseguenze sulla capacità riproduttiva.

Per le ragazze, segnali come dolore mestruale molto intenso, cicli irregolari, sanguinamenti anomali o dolore pelvico non dovrebbero essere normalizzati. Possono essere espressione di condizioni come endometriosi, disfunzioni ormonali o sindrome dell’ovaio policistico. Per i ragazzi, la prevenzione andrologica resta spesso meno radicata, ma è altrettanto importante: controlli mirati possono aiutare a individuare varicocele, alterazioni testicolari, infezioni o altri disturbi che possono incidere sulla fertilità futura.

Diagnosi, terapie e PMA: perché intervenire per tempo

Quando una gravidanza non arriva, il primo passaggio è una valutazione specialistica della coppia. L’errore più frequente è concentrare gli accertamenti solo sulla donna, mentre il percorso diagnostico dovrebbe coinvolgere entrambi i partner fin dall’inizio. Questo consente di ridurre i tempi, individuare le cause e definire un trattamento coerente.

La dimensione del fenomeno è confermata anche dai dati internazionali. Secondo il report OMS “Infertility prevalence estimates 1990-2021”, circa una persona adulta su sei sperimenta infertilità nel corso della vita, pari al 17,5% della popolazione adulta mondiale. Il fenomeno attraversa aree geografiche e livelli di reddito: la prevalenza stimata è pari al 17,8% nei Paesi ad alto reddito e al 16,5% nei Paesi a basso e medio reddito.

Le terapie variano in base alla diagnosi. “Le terapie per l’infertilità femminile possono essere mediche o chirurgiche, in base alla causa”, spiega Grassi. “Una quota significativa dei casi è legata a disfunzioni ormonali che provocano anovulazione, spesso associate alla sindrome dell’ovaio policistico e all’endometriosi. In questi casi si può ricorrere a modifiche dello stile di vita, terapie farmacologiche per indurre l’ovulazione e, quando necessario, interventi chirurgici, sempre accompagnati da un attento monitoraggio”.

Altre cause possono riguardare le tube di Falloppio o patologie uterine congenite e acquisite. In alcuni casi, la chirurgia può migliorare le possibilità di concepimento. In altri, come nell’iperprolattinemia, la terapia farmacologica può contribuire a ripristinare l’ovulazione. Anche nell’uomo, a seconda della causa, possono essere indicati trattamenti medici, chirurgici o percorsi specifici di supporto alla fertilità.

Quando gli interventi medici o chirurgici non sono sufficienti, può entrare in gioco la procreazione medicalmente assistita. Secondo i dati ICMART (International Committee for Monitoring Assisted Reproductive Technologies), nel 2021 sono stati eseguiti oltre 2,5 milioni di cicli di PMA nel mondo. Le stime indicano inoltre che, dal 1978 a oggi, siano nati tra 9,8 e 13 milioni di bambini grazie all’aiuto di queste tecniche. Numeri che mostrano come la PMA sia diventata una componente sempre più rilevante dei percorsi di genitorialità, pur restando legata a differenze di accesso, costi, disponibilità dei centri e sistemi sanitari nazionali.

Anche in Italia il ricorso alla PMA è in crescita. Secondo la Relazione PMA 2025 del Ministero della Salute, relativa ai dati 2023, le coppie trattate sono state 89.870, i cicli 112.804 e i bambini nati vivi 17.235.

Solo il 42% delle coppie accede alla procreazione assistita

La PMA non è una soluzione unica né automatica. Comprende tecniche diverse, con indicazioni, tempi e probabilità di successo differenti. L’età, la riserva ovarica, la qualità seminale, la diagnosi, la storia clinica e il tempo trascorso nella ricerca di una gravidanza sono elementi decisivi. Anche per questo, la tempestività della valutazione è importante.

Il punto non è medicalizzare ogni percorso di genitorialità, ma evitare che disinformazione, ritardi o tabù impediscano alle persone di accedere in tempo a una diagnosi e a un eventuale trattamento. Nel contesto attuale, conclude Grassi, “la fertilità non è più un tema esclusivamente legato all’età adulta o alla fase della ricerca di una gravidanza, ma è un elemento di salute che va compreso e tutelato nel tempo, attraverso informazione corretta, prevenzione e attenzione ai fattori di rischio lungo tutto il corso della vita”.

 

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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