Un farmaco per combattere il tumore potrebbe risanare la fertilità femminile

Un farmaco originariamente nato per combattere il tumore potrebbe essere la chiave per ripristinare la fertilità femminile. Questo è quanto scoperto dai ricercatori del Karolinska Institutet in Svezia, nell’ambito di uno studio pilota che apre una strada del tutto inedita per le donne colpite da menopausa precoce. La ricerca, pubblicata sulla rivista Nejm Evidence, suggerisce che l’immunoterapia possa “risvegliare” le ovaie che hanno smesso di funzionare prematuramente, offrendo una speranza concreta laddove finora l’unica opzione era la donazione di ovociti.

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Una condizione che colpisce il 3% delle donne

La condizione al centro dello studio è l’insufficienza ovarica prematura (Poi), un disturbo che colpisce poco più del 3% delle donne in tutto il mondo. In questi casi, le ovaie cessano di funzionare prima dei 40 anni, portando non solo all’infertilità ma anche a gravi rischi per la salute a lungo termine dovuti alla carenza di estrogeni, come l’osteoporosi, malattie cardiovascolari e declino cognitivo. Spesso, la causa è di natura autoimmune: il sistema immunitario, per errore, attacca e distrugge i follicoli ovarici che contengono gli ovuli.

Dalla lotta ai linfomi alla medicina della riproduzione

Il farmaco protagonista di questa svolta è il rituximab. Approvato per la prima volta nel 1997 per il trattamento dei tumori del sangue (come i linfomi), viene oggi utilizzato anche per diverse malattie autoimmuni, tra cui l’artrite reumatoide. L’idea dei ricercatori è stata semplice quanto rivoluzionaria: se la menopausa precoce è causata da un attacco autoimmune, l’utilizzo di un’immunoterapia come il rituximab potrebbe bloccare questo processo e permettere alle ovaie di rispondere nuovamente agli stimoli ormonali.

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I risultati dello studio: la nascita di tre bambini

Lo studio ha coinvolto dodici donne tra i 18 e i 35 anni con diagnosi di Poi autoimmune. I risultati sono stati sorprendenti: prima del trattamento, nessuna delle partecipanti rispondeva alla stimolazione ormonale standard. Dopo il rituximab, in sei donne su dieci è stata osservata la maturazione di follicoli ovarici, rendendo possibile il prelievo degli ovociti.

 Il successo finale? Cinque donne hanno potuto congelare o fecondare i propri ovociti. Successivamente, tre di loro si sono sottoposte al trasferimento dell’embrione e tutte hanno dato alla luce bambini sani.

Il legame con il morbo di Addison

Un dettaglio fondamentale emerso dalla ricerca riguarda il profilo delle pazienti: tutte le donne che hanno risposto positivamente al trattamento soffrivano anche del morbo di Addison, una patologia autoimmune che colpisce le ghiandole surrenali. Questo dato suggerisce che l’efficacia del farmaco possa essere strettamente legata a specifici meccanismi autoimmuni complessi.

Un primo passo verso il futuro

Nonostante il successo, la comunità scientifica predica cautela. La professoressa Angelica Lindén Hirschberg, guida dello studio, ha definito questi risultati come una “proof-of-concept”, ovvero una prova che l’idea funziona, ma che necessita di ulteriori conferme. Essendo un test condotto su un numero limitato di pazienti e senza un gruppo di controllo, sono ora necessari studi clinici randomizzati più ampi per garantire che il metodo sia pienamente sicuro ed efficace su larga scala.

Tuttavia, la scoperta dimostra che in alcune donne esiste ancora una riserva ovarica “nascosta” che può essere riattivata una volta rimosso l’ostacolo rappresentato dall’attacco autoimmune. Un nuovo studio più vasto è già stato avviato dal team di ricerca per trasformare questa speranza in una realtà accessibile a un numero sempre maggiore di donne.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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