Aiuto a morire, la Francia cambia le regole del fine vita

La Francia ha approvato in via definitiva la legge sul “diritto all’aiuto a morire”, che consentirà ad alcuni adulti affetti da patologie gravi e incurabili di ottenere una sostanza letale. L’Assemblea nazionale ha dato il via libera al testo con 291 voti favorevoli e 241 contrari, chiudendo un confronto politico ed etico durato anni.

La persona autorizzata dovrà, di norma, assumere autonomamente il farmaco. Soltanto quando le sue condizioni fisiche non glielo consentiranno potrà intervenire un medico o un infermiere. Non si tratta dunque di un accesso automatico né di un diritto fondato sulla sola richiesta individuale: la legge stabilisce requisiti clinici precisi e una procedura articolata.

Il voto segna comunque una svolta profonda. Finora la legislazione francese consentiva, in determinate circostanze, di sospendere i trattamenti e ricorrere alla sedazione profonda e continua fino alla morte. Il nuovo testo introduce invece la possibilità di provocare direttamente il decesso attraverso la somministrazione di una sostanza letale.

Emmanuel Macron ha rivendicato il risultato come il mantenimento di uno degli impegni assunti all’inizio del secondo mandato. Ringraziando i deputati per un dibattito definito “costruttivo e rispettoso”, il presidente ha dichiarato: “Nel 2022 avevo preso l’impegno di aprire la strada con i francesi. Con serietà, umiltà e nel pieno rispetto della nostra democrazia, questo impegno è stato mantenuto”.

Il percorso parlamentare si è concluso, ma la procedura non è ancora disponibile per i pazienti. Il presidente del Senato Gérard Larcher ha sottoposto il testo al Consiglio costituzionale, chiedendo di esaminare quelle che ha definito “zone d’ombra e imprecisioni”. Se supererà il vaglio, la legge dovrà essere promulgata e completata dai decreti applicativi.

Chi potrà fare richiesta

La legge stabilisce cinque condizioni cumulative: la persona dovrà avere almeno 18 anni, essere cittadina francese oppure risiedere stabilmente e regolarmente nel Paese, avere una patologia grave e incurabile che comprometta la prognosi vitale, soffrire in modo refrattario ai trattamenti o ritenuto insopportabile e conservare la capacità di esprimere una decisione libera e informata.

La malattia dovrà essere arrivata a una fase terminale o avanzata. Quest’ultima viene definita come l’ingresso in un processo irreversibile, accompagnato dal peggioramento delle condizioni di salute e della qualità della vita. È proprio qui che si concentra una delle principali controversie. La norma non limita l’accesso agli ultimissimi giorni, ma neppure stabilisce una durata precisa della vita residua. Spetterà ai medici valutare quando la patologia abbia raggiunto una fase sufficientemente avanzata.

Per i sostenitori della legge, indicare un limite temporale rigido sarebbe arbitrario, perché malattie diverse hanno evoluzioni molto differenti. Per gli oppositori, invece, una definizione così elastica potrebbe allargare l’accesso oltre i casi immaginati dal legislatore.

Non esiste un elenco delle diagnosi ammesse. Il medico dovrà valutare la situazione complessiva del paziente, considerando la gravità della malattia, la sua irreversibilità e la natura della sofferenza. Una sofferenza esclusivamente psicologica non sarà sufficiente.

La legge richiede inoltre che la capacità di decidere sia presente nel momento della domanda. Le direttive anticipate non potranno quindi attivare la procedura quando il paziente non è più in grado di comprendere e confermare la propria scelta.

Questa esclusione lascia fuori, per esempio, le persone con forme avanzate di demenza che abbiano espresso in precedenza il desiderio di accedere all’aiuto a morire. Il legislatore ha privilegiato la volontà attuale rispetto a quella formulata in passato, per ridurre il rischio di decisioni non più verificabili.

Una procedura con più passaggi

La domanda dovrà essere presentata personalmente a un medico durante un incontro in presenza. Non sarà possibile avviare o confermare la procedura attraverso una teleconsultazione. Se il paziente non può spostarsi, dovrà essere il professionista a raggiungerlo nel domicilio o nella struttura in cui è assistito.

Il primo compito del medico sarà informare. Dovrà spiegare l’evoluzione prevedibile della malattia, le terapie disponibili, le conseguenze dell’interruzione dei trattamenti e le modalità dell’aiuto a morire. Dovrà inoltre illustrare le possibilità offerte dalle cure palliative e facilitarne l’accesso qualora il paziente le richieda.

La decisione non sarà però affidata a un unico professionista. Il medico dovrà riunire un gruppo multiprofessionale, nel quale saranno presenti almeno un secondo medico, indipendente e competente sulla patologia, e un altro operatore sanitario o assistenziale. Potranno essere coinvolti ulteriori specialisti e psicologi.

La valutazione collegiale serve a raccogliere più pareri, ma la responsabilità finale resterà nelle mani del medico che ha ricevuto la domanda. Sarà lui a verificare i requisiti e a comunicare una decisione motivata entro quindici giorni.

In caso di autorizzazione, il paziente dovrà attendere almeno due giorni prima di confermare. Se trascorre un periodo superiore a tre mesi, le condizioni dovranno essere verificate di nuovo. La richiesta potrà essere ritirata in qualsiasi momento, anche quando il farmaco è già stato preparato.

La somministrazione potrà avvenire a casa, in ospedale, in una struttura sociosanitaria o in un altro luogo concordato con il personale sanitario. Il paziente potrà avere accanto le persone che desidera.

La sostanza dovrà essere assunta direttamente dall’interessato. Il medico o l’infermiere potrà somministrarla solo quando un impedimento fisico renda impossibile l’autosomministrazione. Il sanitario resterà comunque presente, pronto a intervenire in caso di complicazioni o di ripensamento.

Medici e infermieri potranno invocare la clausola di coscienza e rifiutare di partecipare. Dovranno però informare rapidamente il paziente e indicare altri professionisti disponibili. Una commissione nazionale avrà il compito di controllare a posteriori le procedure e riferire ogni anno al governo e al Parlamento.

Una scelta è libera anche quando mancano le cure?

La divisione politica non riguarda soltanto il principio di autodeterminazione. Riguarda le condizioni materiali nelle quali una persona formula la propria scelta.

Una richiesta di morte può nascere da una sofferenza che la medicina non riesce ad alleviare. Ma può essere influenzata anche dalla solitudine, dalla paura di dipendere dagli altri, dalla mancanza di assistenza domiciliare o dalla sensazione di essere diventati un peso per la famiglia.

È qui che la legge incontra la questione delle disuguaglianze. Una persona seguita da un’équipe specializzata, sostenuta a casa e informata sulle alternative si trova in una posizione diversa da chi vive in un territorio con pochi servizi, lunghi tempi di attesa e scarso accesso alle cure palliative.

I critici temono che l’aiuto a morire possa diventare, nei fatti, più semplice da ottenere di un’assistenza adeguata. La libertà di scelta rischierebbe allora di essere soltanto formale: si decide tra opzioni che non sono realmente disponibili allo stesso modo. I sostenitori del testo ribattono che negare la possibilità di scegliere non risolve le carenze del sistema sanitario e costringe alcuni malati a sopportare una condizione che ritengono intollerabile. A loro avviso, cure palliative e aiuto a morire non sono alternative: devono convivere, lasciando alla persona la decisione finale.

Il Parlamento ha affrontato i due temi con leggi separate. Accanto al nuovo diritto è stata approvata una disciplina per rafforzare le cure palliative e ridurre le disparità territoriali. La separazione ha un significato politico evidente: evitare che la morte assistita venga presentata come una scorciatoia sanitaria o economica.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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