Minorenni in carcere: aumentati del +52,5% dopo il Decreto Caivano

Sono aumentati di oltre il 50% i minori detenuti negli istituti penitenziari minorili. È questa la fotografia scattata dal XXII Rapporto Antigone, secondo il quale norme come il “decreto Caivano” abbiano impresso una torsione autoritaria e punitiva al sistema, smantellando quello che per decenni è stato considerato un modello europeo di eccellenza basato sulla finalità educativa della pena. Al 30 aprile 2026, i venti Istituti Penali per Minorenni (Ipm) italiani ospitavano 581 giovani, segnando un incremento del 52,5% rispetto alla fine del 2022, l’ultimo anno prima dell’entrata in vigore delle nuove norme.

Il “Decreto Caivano”

Il rapporto “Tutto chiuso” denuncia come il Decreto Caivano abbia radicalmente cambiato la filosofia della giustizia minorile. Abbassando la soglia per l’applicazione della custodia cautelare, ha trasformato il carcere da risorsa estrema a strumento di controllo ordinario del disagio giovanile. Non è aumentata la criminalità dei ragazzi, ma la durezza della risposta dello Stato, che ora predilige il contenimento alla progettualità pedagogica.

Questa stretta colpisce duramente anche i “giovani adulti” (18-25 anni). Se prima chi commetteva un reato da minorenne poteva restare nel circuito minorile fino ai 25 anni per garantire continuità educativa, oggi il Decreto Caivano permette trasferimenti punitivi nelle carceri per adulti qualora il ragazzo “turbi l’ordine”. Tra il 2022 e il 2025, questi trasferimenti sono aumentati dell’85,7%, spezzando percorsi di recupero e gettando ragazzi fragili in un sistema per adulti già al collasso.

Il boom dei giovanissimi nelle carceri per adulti

I dati del Rapporto Antigone mostrano, in sintesi, un ritorno massiccio dei giovani dietro le sbarre, soprattutto nella fascia 18-20 anni, la cui presenza nelle carceri per adulti è quasi raddoppiata. In base ai dati forniti dal Ministero della Giustizia in serie storica dal 2005 al 2025, dalla metà degli anni 2000 fino all’inizio degli anni 2020 la presenza dei giovani adulti in carcere è andata diminuendo. Nel 2005 i detenuti tra i 18 e i 24 anni erano oltre 6.200, pari al 10–11% della popolazione detenuta; all’inizio degli anni 2020 erano poco più di 3.200, circa il 6%, una riduzione di quasi la metà in circa quindici anni. Il carcere italiano, in questa fase, si “svuota” progressivamente di giovani. Negli stessi anni, la popolazione detenuta dai 45 anni in su aumenta complessivamente da 13.961 a 22.234 unità. Tra il 2021 e il 2022 si registra il punto più basso della presenza dei giovani adulti, dopo il quale la tendenza si interrompe e si inverte:

  • tra il 2022 e il 2025 i giovani adulti tornano a crescere, da 3.200 diventano oltre 4.100 i detenuti, un aumento di circa il 28%, superiore alla crescita complessiva della popolazione detenuta nello stesso periodo (circa +17%).
  • la fascia 21–24 anni aumenta, ma in misura relativamente contenuta, passando da 2.739 nel 2021 a 3.173 nel 2025, in linea con la crescita complessiva (+16%), o leggermente inferiore a quella
  • la fascia 18–20 anni, passa da 523 detenuti nel 2021 a 1.021 nel 2025, registra quindi un +95% nello stesso periodo.

Questo esercito di giovanissimi vive una condizione di “confine” pericolosa: troppo adulti per la protezione degli Ipm, troppo giovani per la durezza del carcere ordinario.

In questo scenario, la componente straniera è soverchiante: tra i detenuti di 18-20 anni, il 57,5% è straniero. Spesso si tratta di ex minori stranieri non accompagnati che, una volta usciti dal sistema di accoglienza, finiscono nel circuito penale per reati legati alla marginalità sociale, privi di reti di supporto che permettano l’accesso a misure alternative.

“Tutto Chiuso”: celle come trincee

Il titolo del rapporto non è una metafora, ma la descrizione di una realtà burocratica e punitiva. Al 30 aprile 2026, le carceri ospitavano 64.436 detenuti a fronte di soli 46.318 posti reali, con un tasso di affollamento effettivo del 139,1%. Vivere in un carcere italiano oggi significa spesso stare in celle senza acqua calda (46,1%) o senza doccia (52%).

A questo degrado materiale si aggiunge una “chiusura” sistematica delle attività. Circolari amministrative hanno ridotto le ore di apertura delle celle, limitato l’accesso ai volontari e centralizzato le autorizzazioni per gli eventi culturali, soffocando ogni osmosi con la società esterna. È stato inoltre introdotto il nuovo reato di “rivolta penitenziaria”, che punisce fino a otto anni anche la semplice “resistenza passiva”, come il rifiuto pacifico di rientrare in cella, parificando il dissenso non violento alla sommossa armata.

La salute mentale: gestione chimica del disagio

In un sistema che rinuncia a rieducare, il disagio psichico esplode. Quasi la metà dei detenuti (46,5%) assume regolarmente sedativi o ipnotici. La risposta alla sofferenza psichica è prevalentemente farmacologica a causa della cronica carenza di ore di psichiatria e psicologia.

L’esito estremo di questo isolamento, fisico e interiore, sono i suicidi: 82 persone si sono tolte la vita nel 2025. Spesso si tratta di persone sole, senza fissa dimora o con patologie psichiatriche che meriterebbero percorsi di cura esterni anziché la cella.

 Il “Ddl Anti-Maranza” e la stretta sulla prevenzione

In questo clima di inasprimento si inserisce il cosiddetto disegno di legge “anti-maranza”, approvato dal Governo per contrastare la criminalità giovanile nelle aree della movida e delle stazioni. Il provvedimento introduce strumenti preventivi inediti per i minori tra i 14 e i 18 anni:

  • Divieto di aggregazione: il questore può ordinare a gruppi di cinque o più persone che tengano comportamenti intimidatori di non riunirsi nuovamente in determinate aree pubbliche.
  • Fermo di prevenzione: estende ai minori la possibilità per la polizia di trattenerli per l’identificazione se ritenuti “concretamente pericolosi” sulla base del possesso di oggetti atti a offendere o precedenti penali.
  • Capacità di intendere e volere: viene introdotta un’inversione dell’onere della prova. La capacità del minore sarà presunta e dovrà essere chi ne invoca l’assenza a doverla dimostrare.
  • Stretta sulle armi: aumento delle sanzioni per il porto di coltelli, soprattutto in luoghi sensibili come i mezzi pubblici.

Un sistema sottorganico e senza risorse

Ma se le pene si inaspriscono e le carceri si riempiono, a fronte dell’aumento dei detenuti, le risorse diminuiscono. Tra il 2024 e il 2025, il budget per la giustizia minorile ha subito una riduzione del 4,5%, colpendo soprattutto le politiche di reinserimento. Il personale è drasticamente sottorganico: la Polizia Penitenziaria manca del 15,39% delle unità, mentre mancano all’appello il 17,77% degli amministrativi e circa 100 educatori.

Lo Stato ha risposto al sovraffollamento aprendo precipitosamente nuovi Ipm a L’Aquila, Lecce e Rovigo, spesso in edifici definiti da Antigone “inadeguati” o “poco ospitali”. In risposta a questa crisi, l’associazione ha promosso gli Stati Generali della giustizia minorile, con l’obiettivo di presentare a novembre 2026 proposte di riforma che rimettano al centro la dignità umana e l’inclusione, convinti che la sicurezza non aumenti con le sbarre, ma riducendo le disuguaglianze.

Il fallimento sistemico nel cerchio della recidiva

Infine, se l’obiettivo del carcere fosse la sicurezza a lungo termine, la recidiva dovrebbe essere bassa. Al contrario, il 59,2% dei detenuti è già stato in carcere in precedenza. Il carcere non ripara, ma riproduce la propria utenza, alimentando una “trappola sociale” per i soggetti più poveri ed esclusi, denuncia il rapporto. Nonostante non vi sia un aumento reale della criminalità (i delitti denunciati sono più o meno stabili rispetto al 2018), il sistema continua a gonfiarsi perché si investe nell’edilizia penitenziaria anziché nei percorsi di reinserimento.

Antigone conclude che la “sicurezza” promessa dall’attuale parabola securitaria è puramente estetica: si limita a nascondere il conflitto dietro mura sempre più alte e chiuse, alimentando quella stessa violenza che dichiara di voler combattere. “Se l’Articolo 27 della Costituzione assegna alla pena il compito di tendere alla rieducazione del condannato – si legge nel rapporto -, la ratio politica attuale sembra invece interpretare la sanzione come uno strumento della maggioranza per punire soggetti non conformi o marginalizzati, trasformando il carcere in un luogo di privazione della libertà per soggetti già privati di diritti. Questa trasformazione non riguarda solo il Codice penale: la politica sanzionatoria ha valicato i propri confini, utilizzando il diritto amministrativo per colpire preventivamente le condotte ritenute astrattamente pericolose”.

Foto: Canva

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

spot_img

Notizie correlate

Empoli
cielo sereno
38 ° C
39.5 °
36.8 °
32 %
4kmh
0 %
Mer
38 °
Gio
37 °
Ven
40 °
Sab
40 °
Dom
41 °

Ultimi articoli

SEGUICI SUI SOCIAL

VIDEO NEWS