(Adnkronos) – “Il Dna non è il nostro destino ineluttabile”. Parola di scienziati. Secondo una nuova ricerca che verrà presentata al congresso annuale dell’Easd (Associazione europea per lo studio del diabete), che si apre lunedì 28 settembre a Milano, ridurre il consumo di cibi ultraprocessati e praticare attività fisica può ridurre il rischio di diabete di tipo 2, indipendentemente dal proprio patrimonio genetico. E quindi anche nelle persone con una forte predisposizione alla malattia del sangue dolce. La rassicurazione espressa dagli esperti ha una base: l’analisi dei dati relativi a decine di migliaia di persone nel Regno Unito, dalla quale è emerso che chi seguiva una dieta povera di alimenti ultra-trasformati (Upf) e praticava regolarmente un’attività fisica di intensità da moderata a vigorosa presentava una probabilità fino al 70% inferiore di sviluppare la patologia. Tra le persone con una forte predisposizione genetica, la combinazione di dieta sana ed esercizio fisico ha comunque dimezzato il rischio di ammalarsi.
“Il diabete di tipo 2 è causato da una combinazione tra la suscettibilità genetica di una persona e il suo stile di vita”, evidenzia Wenxin Xu, ricercatrice della City University di Hong Kong, che ha guidato la ricerca. “Per quanto riguarda lo stile di vita, un maggiore consumo di alimenti ultraprocessati è associato a un rischio più elevato, mentre l’attività fisica svolge un ruolo protettivo”. Tuttavia, puntualizza, finora “non era chiaro se un minor consumo di questi cibi riducesse la suscettibilità genetica, né se l’esercizio fisico potesse aiutare a compensare l’impatto di tali alimenti. È importante scoprirlo perché, a differenza della suscettibilità genetica, la dieta e l’attività fisica possono essere modificate: sono aspetti che le persone possono cambiare”.
Per approfondire la questione, Wenxin Xu e colleghi della City University di Hong Kong (sedi di Hong Kong e Dongguan) hanno esaminato complessivamente i dati di quasi 57mila (56.964) adulti partecipanti allo studio Uk Biobank (età media 69,5 anni; 42,3% uomini). Questionari dettagliati hanno fornito informazioni sull’assunzione di alimenti ultra-trasformati al basale. Il livello di attività fisica è stato calcolato utilizzando dispositivi di monitoraggio indossati al polso per una settimana. Per attività fisica da moderata a vigorosa si intende un’attività che aumenta la frequenza cardiaca e respiratoria: la camminata a passo svelto, il ciclismo, l’escursionismo, portare a spasso il cane. Sono incluse anche attività sportive, lavori domestici e di giardinaggio che richiedono uno sforzo fisico prolungato. La suscettibilità genetica al diabete di tipo 2 è stata stimata a partire dai dati genetici. Nel corso di un periodo di follow-up medio di 7,8 anni, 926 partecipanti hanno sviluppato il diabete di tipo 2.
Come previsto, un maggiore consumo di cibi ultraprocessati è risultato associato a un rischio più elevato della patologia, mentre la pratica di attività fisica moderata-vigorosa è risultata associata a un rischio inferiore. Il rischio di diabete di tipo 2 aumentava in proporzione all’assunzione di alimenti ultra-trasformati: ogni incremento del 10% (in peso) di questi cibi nella dieta della persona comportava un aumento del 7% del rischio di sviluppare la malattia del sangue dolce. Parallelamente, i partecipanti che soddisfacevano le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sul movimento – cioè almeno 150 minuti a settimana di attività fisica da moderata a vigorosa – presentavano una probabilità inferiore del 39% di sviluppare il diabete 2 rispetto a chi svolgeva meno attività fisica. Ulteriori analisi hanno indicato che sia un minor consumo di cibi ultraprocessati che l’attività fisica contribuiscono a mitigare parzialmente la suscettibilità genetica.
Tra le persone geneticamente predisposte a un rischio elevato, un basso consumo di cibi ultraprocessati (pari a circa l’11% o meno del peso totale dell’assunzione di cibo) è risultato associato a una probabilità inferiore del 35% di sviluppare la malattia. Anche il rispetto delle raccomandazioni relative all’esercizio fisico è risultato associato a una riduzione del 33% del rischio di diabete di tipo 2. I ricercatori hanno inoltre osservato che l’attività fisica sembra ridurre l’impatto degli alimenti ultra-trasformati anche nelle persone con forte predisposizione genetica al diabete. Tra i partecipanti con un elevato consumo di questi cibi – almeno il 33% in peso dell’apporto alimentare totale – il rispetto delle raccomandazioni Oms sull’attività fisica è risultato associato a un rischio di diabete inferiore del 31% nei soggetti ad alto rischio genetico, del 57% in quelli a rischio intermedio e del 58% in quelli a basso rischio. La combinazione di un minor consumo dei cibi in questione e della pratica di attività fisica ha offerto una protezione ancora maggiore: è stata infatti associata a una riduzione del rischio di diabete 2 del 49% nelle persone geneticamente molto predisposte, del 70% in quelle con predisposizione intermedia e del 59% in quelle con bassa predisposizione genetica.
Quanto emerso evidenzia l’importanza di considerare i cambiamenti nello stile di vita nel loro insieme, anziché isolatamente, affermano gli autori. Pur riconoscendo che si tratta di risultati di natura osservazionale e che, pertanto, non possono dimostrare un rapporto di causa-effetto, i dati raccolti dagli autori concordano con le attuali raccomandazioni che suggeriscono di seguire una dieta più sana e di mantenersi fisicamente attivi per prevenire o ritardare l’insorgenza del diabete di tipo 2. “Il nostro studio indica che i geni non determinano il nostro destino – conclude Xu – Anche tra le persone con un’elevata predisposizione genetica, un minor consumo di alimenti ultra-trasformati e una regolare attività fisica di intensità da moderata a vigorosa sono risultati associati a un rischio sostanzialmente inferiore di malattia. Sebbene non si possa affermare che il diabete di tipo 2 sia sempre evitabile, i nostri risultati suggeriscono che scelte di vita sane possano contribuire a ridurre il rischio, indipendentemente dal proprio patrimonio genetico”.
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