Il nostro scheletro potrebbe raggiungere il massimo della densità ossea quando abbiamo appena finito l’università o cominciato a lavorare. Poi, per il resto della vita, dovremo fare i conti con quello che abbiamo costruito. Una ricerca pubblicata su ‘Health Science Reports’ ha individuato il picco della densità minerale ossea intorno ai 24 anni nelle donne e ai 26 negli uomini. È un’età in cui difficilmente si pensa all’osteoporosi, una malattia associata soprattutto alla vecchiaia e alla menopausa.
Eppure, parte della resistenza delle nostre ossa a 70 anni dipende proprio dai primi decenni di vita. Movimento, alimentazione, sviluppo ormonale e condizioni di salute durante l’adolescenza contribuiscono a formare quello che gli esperti chiamano picco di massa ossea: il patrimonio con cui affrontiamo il successivo invecchiamento dello scheletro.
È anche il messaggio della Giornata mondiale dell’osteoporosi, che ricorre il 20 ottobre, che quest’anno invita a costruire, proteggere e rafforzare le ossa durante tutta la vita. Secondo l’International Osteoporosis Foundation, fino al 90% del picco di massa ossea viene acquisito entro i 18 anni nelle ragazze e i 20 nei ragazzi. Il processo continua successivamente, ma gran parte delle fondamenta è già stata realizzata.
La questione diventa particolarmente rilevante in un Paese come l’Italia, dove milioni di persone convivono con l’osteoporosi e una frattura in età avanzata può significare perdere l’autonomia. Ma cosa succede esattamente alle ossa tra i 20 e i 70 anni? E quanto possono contare le abitudini giovanili?
A 25 anni le ossa sono già al massimo?
Le ossa sembrano strutture solide e immutabili, ma sono tessuti vivi che si rinnovano continuamente. Alcune cellule eliminano il tessuto osseo più vecchio, mentre altre ne producono di nuovo. Durante la crescita, la formazione supera il riassorbimento: lo scheletro si sviluppa, accumula minerali e diventa progressivamente più resistente.
Questo equilibrio cambia con l’età. Dopo una fase di rapido sviluppo, soprattutto durante la pubertà, l’accumulo di massa ossea rallenta fino a raggiungere il massimo. Da quel momento l’organismo deve conservare il più possibile quanto acquisito, contrastando i processi che favoriscono la perdita di tessuto.
Per capire quando si raggiunga questo picco, i ricercatori della Shiraz University of Medical Sciences, in Iran, hanno esaminato le variazioni della massa ossea dall’adolescenza alla prima età adulta.
Lo studio pubblicato su Health Science Reports, ha coinvolto 159 partecipanti, sottoposti a due valutazioni della densità ossea mediante Dxa, una tecnica radiologica utilizzata per misurare il contenuto minerale dello scheletro. I ricercatori hanno stimato che la densità minerale ossea totale raggiungesse il massimo a 24 anni nelle donne e a 26,2 anni negli uomini. Considerando invece la quantità complessiva di minerali presenti nelle ossa, il picco è risultato intorno ai 24,8 anni nelle donne e ai 25,7 negli uomini.
Le età cambiano a seconda della parte dello scheletro considerata. Colonna vertebrale, femore e massa ossea complessiva seguono infatti traiettorie di sviluppo differenti. Il campione relativamente piccolo non consente di fissare un’età universale, ma i risultati sono coerenti con una conoscenza già consolidata: il patrimonio osseo si costruisce soprattutto nella prima parte della vita.
La quantità raggiunta dipende in buona misura dalla genetica, ma anche da fattori modificabili, tra cui alimentazione, attività fisica e condizioni ormonali.
Il picco di massa ossea può essere paragonato a un capitale accumulato negli anni della crescita. Due persone potrebbero iniziare a perdere densità ossea con l’invecchiamento seguendo traiettorie simili, ma chi parte da una riserva maggiore può avere un margine più ampio prima di raggiungere livelli di fragilità elevati.
Il basket è meglio del nuoto per le ossa?
Per costruire ossa resistenti non basta assumere calcio. Lo scheletro risponde agli stimoli meccanici: quando camminiamo, corriamo, saltiamo o utilizziamo i muscoli contro una resistenza, il tessuto osseo riceve segnali che favoriscono il suo adattamento ai carichi.
È il motivo per cui alcune attività sportive possono essere particolarmente utili durante la crescita.
Una metanalisi pubblicata su Frontiers in Physiology ha esaminato 15 studi clinici randomizzati, che hanno coinvolto complessivamente 723 adolescenti tra i 10 e i 19 anni. L’analisi ha rilevato miglioramenti della massa ossea associati all’esercizio fisico, soprattutto in alcune regioni dello scheletro, come la colonna lombare e il collo del femore. Sono zone particolarmente importanti perché, con l’avanzare dell’età, possono diventare sedi di fratture da fragilità.
Le attività che comportano salti, corsa, cambi di direzione e sostegno del peso corporeo sollecitano direttamente le ossa. Basket, calcio, danza e alcuni esercizi di forza possono quindi contribuire allo sviluppo dello scheletro, purché praticati in condizioni adeguate.
Il nuoto e il ciclismo, pur offrendo benefici cardiovascolari e muscolari, producono generalmente stimoli ossei differenti perché il corpo non deve sostenere il proprio peso nello stesso modo.
Non significa che un adolescente debba scegliere uno sport esclusivamente per prevenire l’osteoporosi. Né che chi non ha praticato attività fisica da giovane sia destinato a svilupparla. Gli studi misurano soprattutto gli effetti dell’esercizio sulla massa ossea durante la crescita, non che giocare a basket a 15 anni eviti una frattura a 70.
Il legame tra le due fasi della vita emerge dall’insieme delle ricerche sullo sviluppo dello scheletro: accumulare una buona massa ossea può contribuire a ridurre la vulnerabilità futura.
C’è poi la questione dell’alimentazione. Durante l’adolescenza l’organismo ha bisogno di nutrienti sufficienti per sostenere lo sviluppo di ossa e muscoli. Calcio, proteine e vitamina D svolgono funzioni differenti ma complementari, mentre restrizioni alimentari importanti, sottopeso e alcune alterazioni ormonali possono interferire con la crescita dello scheletro.
Per questo anche condizioni spesso considerate temporanee, come una marcata insufficienza nutrizionale durante l’adolescenza, meritano attenzione. Se intervengono nel periodo in cui l’organismo dovrebbe costruire la maggior parte del proprio patrimonio osseo, possono influire sulla quantità di massa acquisita.
Un’altra distinzione riguarda ragazze e ragazzi. Lo sviluppo osseo segue tempi differenti e risente dei cambiamenti ormonali della pubertà. Le donne, inoltre, attraversano successivamente una fase particolarmente delicata con la menopausa, quando la diminuzione degli estrogeni può accelerare la perdita di tessuto osseo.
Cosa resta delle nostre ossa a 70 anni?
Il problema dell’osteoporosi è che spesso non dà alcun segnale finché non si verifica una frattura. Una persona può perdere gradualmente densità ossea senza accorgersene, continuando a svolgere normalmente le proprie attività. Poi può bastare una caduta dalla propria altezza, o un trauma relativamente lieve, per provocare una frattura del femore, del polso o di una vertebra.
Secondo il rapporto europeo Scope 2021, che utilizza stime riferite al 2019, in Italia vivevano circa 4,36 milioni di persone con osteoporosi, quasi quattro su cinque donne. Le nuove fratture da fragilità erano stimate in circa 568mila all’anno.
Il problema non riguarda soltanto la guarigione dell’osso. Una frattura del femore in una persona anziana può rendere necessario un ricovero, un intervento chirurgico e mesi di riabilitazione. In alcuni casi la mobilità non torna ai livelli precedenti, con conseguenze sulla possibilità di vivere autonomamente.
Una caduta può così trasformarsi in un cambiamento duraturo della vita quotidiana, coinvolgendo familiari, caregiver e servizi di assistenza. In una popolazione che invecchia, prevenire le fratture significa anche preservare l’indipendenza delle persone anziane.
Ma la massa ossea costruita da giovani è soltanto una parte dell’equazione. Con l’avanzare degli anni assumono sempre più importanza la forza muscolare, l’equilibrio, la vista, l’eventuale assunzione di farmaci che aumentano il rischio di caduta e la presenza di patologie che possono compromettere lo scheletro.
Le donne affrontano un rischio particolare durante e dopo la menopausa, quando il calo degli estrogeni accelera il riassorbimento osseo. Gli uomini possono sviluppare osteoporosi più tardi, talvolta in associazione a malattie croniche o a specifiche terapie.
La prevenzione, quindi, cambia nel tempo. A 15 anni significa soprattutto favorire la crescita di uno scheletro resistente; a 40 preservare massa ossea e muscolare; a 70 mantenere forza, equilibrio e autonomia, oltre a valutare eventuali fattori di rischio clinici.
La campagna 2026 dell’International Osteoporosis Foundation insiste proprio sulla continuità di questo percorso. Ricorda inoltre che una frattura da fragilità dopo i 50 anni può rappresentare un segnale di osteoporosi e che averne già subita una aumenta il rischio di successive fratture.
Per chi ha fattori di rischio, il medico può valutare la necessità di esami come la densitometria ossea o di trattamenti specifici. Anche in età avanzata l’esercizio fisico adattato, una nutrizione adeguata e gli interventi per prevenire le cadute possono fare la differenza.
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Giovani
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