“Cara, io vado in ufficio, qui ci pensi tu?”, il secondo turno delle donne vale 231 ore di vita all’anno

Abbiamo conquistato la carriera e le lavastoviglie intelligenti, ma al rientro dall’ufficio ad attenderci c’è un secondo turno senza fine che ci ruba 231 ore di vita all’anno. A rilevarlo sono i dati dell’indagine Istat (2003-2023) che scattano la fotografia di un Paese a due velocità, in cui la narrazione dell’uguaglianza si scontra con il secondo turno non retribuito che inizia proprio quando si chiude il computer dell’ufficio. Nelle coppie di occupati tra i 25 e i 64 anni, le lavoratrici si fanno carico del 68,9% del lavoro familiare complessivo, “lasciando” ai partner maschili una quota risicata pari appena al 31,1%.

Il dettaglio tragicomico è che questo processo di riequilibrio si è letteralmente congelato: dopo un timido progresso registrato nel decennio precedente, tra il 2013 e il 2023 l’indice di asimmetria è rimasto immobile, confermando che neppure una laurea in tasca riesce a liberare le donne da oltre due terzi dell’impegno domestico. Rispetto a vent’anni fa, le donne lavoratrici hanno aumentato il tempo dedicato al lavoro retribuito di 1 ora e 33 minuti alla settimana, riducendo le mansioni casalinghe di oltre tre ore. Tuttavia, la somma dei due impegni le costringe ancora a un totale di 57 ore e 19 minuti settimanali di fatica complessiva, contro le sole 43 ore e 5 minuti dei colleghi uomini.

L’83% delle donne under 35 è spesso stanca: 8 su 10 non hanno un’ora al giorno per se stesse

Il prezzo dello stress e il fanalino di coda europeo

Se si scavano le cifre più impietose del report, il bilancio assume contorni quasi drammatici per la salute e il benessere delle donne. Le occupate in coppia dispongono ogni giorno di 38 minuti in meno di tempo libero rispetto ai compagni, una rinuncia quotidiana che su base annua si trasforma nel furto di 231 ore di vita personale, ovvero quasi dieci intere giornate trascorse a servire la casa anziché riposare.

La condizione peggiore è quella vissuta dalle madri lavoratrici, per le quali il lavoro familiare prosciuga quasi la metà dell’intera giornata lavorativa. Il risultato è un quadro di vero e proprio logoramento: il 62,6% delle madri occupate vive in uno stato di sovraccarico di lavoro superiore alle 60 ore settimanali, il 26,4% soffre di povertà di tempo, cioè quella sensazione perenne di essere in affanno, e il 30,4% si dichiara cronicamente stressata.

A livello territoriale, la frattura si fa abissale nel Mezzogiorno, dove l’asimmetria nel lavoro domestico in senso stretto tocca la vetta dell’82,6%, segnando perfino un lieve peggioramento nell’ultimo decennio.

Allargando lo sguardo all’Europa, l’Italia colleziona un desolante doppio primato negativo: siamo ultimi nell’Unione europea per occupazione femminile al 52,5% e allo stesso tempo primi per divario nel lavoro familiare, dove le italiane lavorano gratis in casa per 4 ore e 15 minuti al giorno, accumulate in un divario di genere di 2 ore e 26 minuti che risulta quasi triplo rispetto a quello di realtà come la Norvegia o la Finlandia.

I segnali di speranza: le conquiste reali e il crollo del modello patriarcale

A far sperare, però, è che rispetto al 2003, considerando l’intera popolazione sopra i 15 anni, il divario giornaliero nel lavoro familiare si è ridotto di 55 minuti, calando del 27,2% grazie al deciso calo delle ore domestiche femminili e all’ausilio delle nuove tecnologie.

Tra gli uomini si intravede qualche segnale di cambiamento, specialmente a seguito delle ristrutturazioni lavorative degli ultimi anni: il tempo dedicato al lavoro familiare dagli uomini occupati è cresciuto di circa due ore settimanali rispetto al 2003, stabilizzandosi intorno alle 10 ore e 33 minuti.

Inoltre, le trasformazioni più profonde e incoraggianti si stanno consumando nella percezione culturale dei cittadini. L’adesione al modello tradizionale dell’idea che debba essere solo l’uomo a portare i soldi a casa è crollata di 14,1 punti percentuali in dieci anni, attestandosi al 36,1%. Oggigiorno, quasi il 90% degli italiani concorda sul fatto che le faccende domestiche vadano divise equamente quando entrambi i partner lavorano a tempo pieno, l’87% reclama un maggiore coinvolgimento dei padri nella cura dei figli e l’80,1% riconosce che una madre lavoratrice può mantenere un legame profondo e splendido con la propria prole. La strada verso la parità effettiva rimane lunga, ma la consapevolezza sociale ha finalmente iniziato a incrinare i vecchi pregiudizi.

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Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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