Aborto in Costituzione: l’ok del Lussemburgo, il via in Spagna. Cosa sta cambiando?

“A restare incinte siamo noi donne, a partorire siamo noi donne, a morire partorendo o abortendo siamo noi. E che la scelta tocchi dunque a noi”. La sintetizzava così, la scrittrice e giornalista italiana Oriana Fallaci, l’autodeterminazione delle donne sull’aborto e la maternità. Oggi questo principio torna al centro del dibattito europeo, mentre alcuni Paesi, come Lussemburgo e Spagna, scelgono di inserire o rafforzare la tutela dell’interruzione volontaria di gravidanza nelle rispettive Costituzioni. In un contesto in cui la denatalità preoccupa e le posizioni politiche restano polarizzate, l’Ivg continua a generare una frattura legislativa e ideologica enorme. Da un lato, cresce il numero di nazioni che puntano alla “blindatura” costituzionale; dall’altro, persistono barriere legali, carenze strutturali e scontri politici che ne limitano l’accesso effettivo. Ma perché è un tema così divisivo? Andiamo con ordine.

La “libertà” del Lussemburgo e il progressismo in Spagna

Nel marzo 2026, il Lussemburgo è diventato il secondo Paese al mondo (dopo la Francia nel 2024) a inserire la tutela dell’aborto nella propria Costituzione. Come riportato da Rtl Today, la Camera dei deputati ha approvato l’emendamento con una maggioranza schiacciante di 48 voti su 60. Un dettaglio cruciale, però, riguarda la terminologia usata: su pressione dei conservatori del partito Csv, si è scelto di parlare di “libertà” di aborto anziché di “diritto”, un compromesso politico volto a indicare che lo Stato non deve interferire nelle scelte della donna, pur mantenendo valide le leggi attuali come la consulenza obbligatoria e i tre giorni di attesa. Una scelta che, come ricorda il Luxembourg Times, segue il caso della Slovenia, la quale include il diritto alla libera scelta sulla nascita dei figli sin dalla sua indipendenza nel 1991.

Sulla stessa scia, il 7 aprile 2026, il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato una riforma per integrare l’articolo 43.3 della Costituzione, con l’obiettivo di obbligare tutti i poteri pubblici a garantire l’accesso all’Ivg. Secondo il quotidiano El Pais, il governo Sánchez considera questa misura necessaria per evitare che un eventuale cambio di maggioranza (con partiti come PP o Vox) possa smantellare tale prestazione. Ma non mancano le tensioni: la presidente della Comunidad de Madrid Isabel Díaz Ayuso si è opposta all’istituzione di un registro dei medici obiettori (definito “lista nera”), nonostante il Tribunale Superiore di Giustizia locale ne abbia ordinato l’avvio immediato per garantire l’organizzazione del servizio. A Madrid, attualmente, il 99% degli aborti viene ancora effettuato in cliniche private.

L’Italia e l’equilibrio dell’obiezione: la Sentenza 42/2026

In Italia, il dibattito si è recentemente concentrato sulla gestione del personale sanitario e dei medici obiettori. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 42 depositata il 27 marzo 2026, ha esaminato una legge della Regione Siciliana che prevedeva il reclutamento di personale “non obiettore” per le aree dedicate all’Ivg. La Corte ha stabilito che non è possibile indire bandi di concorso riservati esclusivamente ai medici non obiettori. Farlo trasformerebbe una convinzione morale in un requisito discriminatorio per l’accesso al lavoro pubblico, violando il principio di uguaglianza. Inoltre, poiché l’obiezione può essere sollevata in qualsiasi momento del rapporto di lavoro, un bando “preventivo” non garantirebbe comunque la stabilità del servizio. Tuttavia, come spiegato dalla Consulta, il servizio deve essere garantito attraverso l’organizzazione interna (mobilità del personale, turnazioni o convenzioni), assicurando il diritto alla salute delle donne senza calpestare la coscienza dei medici.

La legge siciliana e la sentenza che ne è conseguita viaggiano sugli stessi binari dell’ultima Relazione Ministeriale sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza, relativa ai dati del 2023, i quali mostrano che in Italia l’obiezione riguarda il 57,1% dei ginecologi e il 35,1% degli anestesisti, ma il carico di lavoro medio per i non obiettori è di soli 0,8 aborti a settimana a livello nazionale.

Le barriere strutturali e lo stigma: Germania, Polonia e Turchia

Mentre alcuni Paesi proteggono l’aborto per via costituzionale, altri presentano criticità profonde. In Germania, dove l’aborto è tecnicamente proibito dal Codice penale (con il paragrafo 218 che lo definisce un “reato contro la vita”) ma non punibile sotto certe condizioni, uno studio della Charité di Berlino pubblicato sulla rivista medica Bmj Sexual & Reproductive Health ha evidenziato che le strutture che effettuano aborti sono diminuite del 46% dal 2003 al 2024. Molti medici subiscono molestie da parte di attivisti che li definiscono “macchine assassine” e le pazienti finiscono spesso in centri di consulenza non certificati (come ‘Pro Femina’) che diffondono disinformazione per scoraggiarle.

In Polonia, nel marzo 2026, ad esempio, il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha sollecitato le autorità a garantire l’accesso effettivo all’aborto legale, denunciando la mancanza di informazioni trasparenti per le pazienti. Dimensioni ancora diverse emergono dalla Turchia: uno studio su Scientific Reports ha rilevato che alti livelli di spiritualità e un basso status socioeconomico sono associati a un forte stigma percepito, con le donne che riportano profondi sentimenti di colpa alimentati dalle strutture familiari.

Parallelamente, sul fronte europeo, c’è chi ha definito una “vittoria pro-life” la parziale bocciatura della mozione “My Voice My Choice” da parte della Commissione europea, che puntava a creare un fondo ad hoc per l’aborto transfrontaliero, sottolineando l’importanza del principio di sussidiarietà nazionale.

Gli Stati Uniti e la frattura post-Dobbs

Oltreoceano, è la sentenza della Corte Suprema Dobbs v. Jackson (2022), che ha annullato Roe v. Wade, che continua a produrre effetti sistemici. Uno studio pubblicato su Jama Network Open nel marzo 2026 ha evidenziato una disparità significativa nelle domande di specializzazione medica: da quando sono i singoli Stati a decidere in materia, in quelli con restrizioni sull’aborto si è registrato un calo drastico delle candidature non solo in ostetricia e ginecologia, ma anche in medicina d’urgenza e altre branche primarie. Molti giovani medici evitano tali aree mediche per timore di incertezza legale e limitazione dell’autonomia clinica, rischiando di creare futuri “deserti sanitari”.

Perché limitare l’aborto non fa crescere le nascite

Tra le varie motivazioni che sostengono la contrarietà all’aborto c’è anche il tema della denatalità: i dati ufficiali della Relazione ministeriale Ivg 2023 indicano che non esiste una correlazione diretta tra l’accesso all’aborto e il tasso di natalità. In Italia, dove l’aborto è legale, il tasso di abortività è tra i più bassi a livello internazionale (6,0 per 1.000 donne nella fascia 15-44 anni), molto inferiore a quello di nazioni come Regno Unito (20,6) o Spagna (12,2). Inoltre, la percentuale di Ivg ripetute in Italia continua a diminuire (23,2% nel 2023), segno che una maggiore consapevolezza procreativa e l’accesso alla contraccezione di emergenza sono più efficaci delle restrizioni per ridurre il ricorso all’aborto.

L’aborto farmacologico e la sfida della qualità

E infine, altro grande protagonista del dibattito è l’aborto farmacologico che ha trasformato l’accesso alla procedura, rappresentando in Italia il 59,4% dei casi nel 2023. Tuttavia, permangono rischi globali legati alla qualità: secondo il programma Hrp dell’Organizzazione mondiale della sanità, in alcuni mercati fino al 50% dei farmaci abortivi (mifepristone e misoprostolo) può essere contraffatto o di scarsa qualità. Per questo motivo, l’Oms sta sviluppando dispositivi portatili per testare le pillole direttamente al punto di assistenza, una tecnologia che inizierà lo sviluppo nel 2026.

L’aborto farmacologico precoce non è pericoloso per la salute delle donne

Le radici del dibattito e il “campo largo” dell’opinione pubblica

Le radici del dibattito sull’interruzione volontaria di gravidanza affondano in un complesso conflitto tra la libertà di autodeterminazione individuale e i valori morali, religiosi o spirituali che plasmano la percezione sociale dell’aborto. Oltre alla dimensione intima, il tema è così politicizzato a livello globale, perché spesso viene utilizzato come bandiera ideologica dai governi per blindare diritti o, al contrario, per imporre restrizioni. In ambito giuridico, questo scontro si traduce nella ricerca di un delicato equilibrio tra la libertà di coscienza del personale sanitario e l’obbligo delle istituzioni di garantire l’effettiva erogazione di un servizio essenziale.

Tuttavia, i dati sull’opinione pubblica mostrano una realtà sociale meno polarizzata rispetto alla dialettica politica. In Italia, un recente sondaggio Swg commissionato dall’Associazione Luca Coscioni ha rivelato la posizione degli elettori: solo il 25% degli italiani non ritiene l’aborto un diritto, e appena il 12% auspica modifiche restrittive alla legge 194. Al contrario, il 69% dei cittadini desidera riforme migliorative dell’accesso all’Ivg. Tale orientamento è trasversale: la maggioranza degli elettori di Fratelli d’Italia (62%), Lega (61%) e Forza Italia (78%) ritiene che l’accesso alla prestazione debba essere potenziato per garantire l’autodeterminazione delle donne. In definitiva, mentre il dibattito politico e legislativo prosegue su binari ideologici, la società civile manifesta un sostegno sempre più solido verso il riconoscimento dell’autonomia individuale come pilastro dei diritti civili europei.

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