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Ai in sanità, Mosti (Gimbe): “Grande opportunità, ma senza investimenti rischia di ampliare gap pubblico-privato”

“Dobbiamo rendere professionisti, pazienti e cittadini capaci di dialogare con l’Ai in maniera consapevole ed evitare che questa tecnologia ampli il gap tra sanità pubblica e sanità privata”. Marco Mosti, direttore generale della Fondazione Gimbe, illustra così i rischi e le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale nella sanità.

La riflessione è stata condivisa in occasione dell’AI Festival 2026 di Milano, l’evento organizzato da Search On Media Group che il 21 e 22 gennaio ha riunito presso l’edificio Roentgen dell’Università Bocconi oltre 150 speaker tra istituzioni, aziende e centri di ricerca per fare il punto sul presente e sul futuro dell’intelligenza artificiale.

Gimbe, organizzazione indipendente che da oltre vent’anni promuove il trasferimento delle migliori evidenze scientifiche alle decisioni sulla salute dei cittadini, ha portato all’attenzione il nodo del gap pubblico-privato e le grandi potenzialità dell’Ai. Che senza visione e investimenti diventano un rischio.

Il gap pubblico-privato rischia di esplodere 

L’intelligenza artificiale rischia di allargare ulteriormente il divario tra sanità pubblica e privata perché il privato sta già investendo pesantemente in questa tecnologia, mentre il pubblico arranca per questioni normative, regolatorie e soprattutto economiche.​ “Come Fondazione Gimbe in questi anni abbiamo sempre detto che il finanziamento pubblico non è sufficiente. Siamo sotto di circa 43 miliardi di euro in termini di spesa sanitaria pubblica rispetto alla media dei Paesi europei”, evidenzia Marco Mosti ai microfoni di Demografica.

Il deficit pro-capite ha raggiunto 729 euro nel 2024, posizionando l’Italia all’ultimo posto tra i Paesi del G7 per spesa sanitaria pubblica, che nel Belpaese si attesta​ al 6,3% del Pil, inferiore sia alla media Ocse (7,1%) sia a quella europea (6,9%). Con le attuali previsioni, nel 2026-2027 il rapporto spesa sanitaria/Pil continuerà a diminuire dal 6,3% del 2024-2025 al 6,2%.

Non è un rischio futuro, ma attuale: “Già ora – spiega il direttore generale – ci sono professionisti in fuga dal pubblico verso il privato” anche perché le strutture private investono con lungimiranza su hardware e competenze digitali, due pilastri da cui dipendono le prospettive della sanità pubblica: “C’è un tema di ammodernamento tecnologico, di competenze, di formazione, di Digital Skill che rischia di ampliare il gap pubblico-privato rendendo più difficile l’erogazione delle cure per le strutture del Servizio sanitario nazionale”, spiega Mosti.

Formazione e hardware Ai nella sanità pubblica 

Il direttore generale della Fondazione ha sottolineato quanto la formazione dei professionisti sanitari europei in ambito Ai sia frammentata: “Un recente report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’Europa ha dimostrato che in un quinto dei Paesi non è ancora stata strutturata questa formazione a livello universitario”. L’auspicio di Mosti è chiaro: “L’intelligenza artificiale, così come tutta la Digital Health deve entrare nei curricula formativi dei professionisti sanitari collegata a tutte le discipline, oltre che con insegnamenti specifici”. La ragione è semplice: “È fondamentale avere già dall’università la formazione al pensiero critico rispetto all’utilizzo dell’intelligenza artificiale in un ambito delicato quale la salute delle persone”, spiega Mosti. 

I dati della Commissione europea sull’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Desi 2024) e quelli pubblicati dall’Osservatorio Sanità Digitale mostrano che solo il 45,8% della popolazione possiede competenze digitali di base, un gap che frena anche i professionisti.

L’esempio più lampante citato dagli esperti riguarda proprio l’Ai: sebbene quasi un medico di famiglia su due dichiari di usarla, lo fa spesso ricorrendo a piattaforme generaliste in modalità “fai-da-te”, senza una formazione specifica.

Governance, investimenti e validazione: le tre priorità 

Cosa può fare l’Italia per sfruttare l’intelligenza artificiale nella sanità? Il direttore generale di Gimbe individua tre priorità. “Serve una forte governance a livello statale e delle regioni che hanno la principale competenza in materia di sanità, fino a scendere alle aziende sanitarie ospedaliere”, come evidenziato anche dall’Oms.

Secondo pilastro: gli investimenti. “La legge delega sull’intelligenza artificiale prevede stanziamenti, ma resta da verificare se e quanto queste risorse saranno effettivamente destinate alla sanità e rese operative, perché come abbiamo visto anche i fondi del Pnrr non tutti ancora sono stati spesi”.​

Terzo pilastro: ricerca e formazione. “Occorre fare ricerca per validare le applicazioni di intelligenza artificiale sul contesto italiano. Molte di queste arrivano dall’estero e serve investire in formazione per rendere i nostri professionisti, i pazienti e i cittadini capaci di utilizzarle, di dialogarci in maniera consapevole”, aggiunge il direttore generale.

Educazione sanitaria già nelle scuole superiori

Per Marco Mosti, la formazione non può limitarsi ai professionisti. Serve un approccio a 360 gradi che parta dalla scuola dell’obbligo. Per questo, la Fondazione Gimbe ha lanciato il progetto “La Salute tiene banco”, portando nelle scuole superiori temi di sanità pubblica, diritti e doveri, fake news e utilizzo dell’intelligenza artificiale.​ “Molte persone, soprattutto giovani, si rivolgono all’Ai per problemi o dubbi sulla propria salute. Ora più che mai, serve avere un approccio consapevole, informato e formato su questi temi sin dai primi anni di formazione”, conclude il direttore generale della Fondazione Gimbe.

Far entrare l’Ai nelle decisioni sanitarie senza che cittadini e pazienti abbiano gli strumenti per valutarne criticamente le risposte ci espone a un duplice rischio: affidare decisioni sulla salute a sistemi non validati e ampliare le disuguaglianze nell’accesso alle cure tra chi può permettersi strutture private dotate di tecnologie avanzate e chi dipende da un servizio pubblico sottofinanziato. Un rischio che un Paese sempre più anziano e con gli stipendi reali in costante calo non può permettersi.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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