Depressione, lo stress cambia la risposta dei neuroni: nuova pista sulle cure

Quando lo stress diventa cronico, in alcuni soggetti può aprire la strada alla depressione. È su questa vulnerabilità che si concentra uno studio italiano, che guarda a cosa accade nella corteccia prefrontale.

Lo studio, firmato dal Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi dell’Università di Torino e pubblicato su Scientific Reports, individua proprio qui la differenza: nella corteccia prefrontale i neuroni partono, ma perdono continuità durante la risposta.

Cosa cambia quando lo stress si lega alla vulnerabilità depressiva

La depressione non si spiega con un solo meccanismo. Per anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sui neurotrasmettitori, in particolare sulla serotonina, ma questa lettura non basta a chiarire perché una parte dei pazienti risponda poco o in modo incompleto ai farmaci. Il lavoro dell’Università di Torino sposta l’attenzione su un altro livello: non solo quali segnali arrivano al cervello, ma come alcune cellule riescono (o non riescono) a reggere quegli stimoli.

I ricercatori hanno usato un modello animale basato su stress cronico. Dopo l’esposizione allo stress, non tutti i soggetti reagiscono nello stesso modo: alcuni sviluppano comportamenti di evitamento sociale, altri mantengono una risposta normale. La differenza è importante perché permette di osservare cosa accade nei soggetti più vulnerabili, senza trasformare lo stress in una spiegazione automatica della depressione.

Il dato centrale riguarda la corteccia prefrontale mediale, una regione coinvolta nella regolazione dell’umore e della risposta allo stress. Nei soggetti vulnerabili, i neuroni non risultano spenti né danneggiati nelle loro condizioni di base. Il problema compare quando devono rispondere a uno stimolo: si attivano, ma faticano a mantenere la risposta nel tempo.

È questo il punto più rilevante dello studio. I neuroni della corteccia prefrontale riescono ad avviare l’attività elettrica, ma durante la stimolazione perdono continuità. Producono meno impulsi, rallentano, diventano meno efficaci nel sostenere il segnale. In una zona del cervello che contribuisce a elaborare stress, emozioni e comportamento sociale, questa perdita di tenuta può aiutare a spiegare la ridotta attività prefrontale osservata nella depressione.

Dalla corteccia prefrontale alle cure

Lo studio indica un possibile ruolo dei canali del potassio, strutture che contribuiscono a regolare il ritmo dell’attività dei neuroni. Il punto, però, non è entrare nel dettaglio dei singoli canali, ma capire il cambio di prospettiva: la depressione non viene osservata solo attraverso le sostanze chimiche che trasmettono i segnali, ma anche attraverso la capacità dei circuiti cerebrali di reggere quegli stessi segnali nel tempo. Nei soggetti vulnerabili allo stress, secondo i ricercatori, questa tenuta si riduce proprio nella corteccia prefrontale.

Da qui nasce l’interesse terapeutico. Se una parte del problema riguarda la minore capacità della corteccia prefrontale di sostenere la risposta, le cure future potrebbero puntare non soltanto sui neurotrasmettitori, ma anche sui meccanismi che regolano l’attività dei neuroni. Non significa avere già un nuovo farmaco, né poter tradurre subito il risultato in clinica. Significa però individuare una direzione più precisa per spiegare perché alcune forme depressive rispondano poco ai trattamenti disponibili e perché servano terapie capaci di agire sui circuiti, non solo sui segnali chimici.

Il tema si inserisce in un quadro sanitario già molto carico. Secondo l’Oms, la depressione riguarda centinaia di milioni di persone nel mondo e rappresenta una delle principali cause di disabilità. In Italia, il Rapporto salute mentale 2024 del ministero della Salute registra 845.516 persone assistite dai servizi specialistici. Le donne sono il 55,9% degli utenti e il peso maggiore si concentra nelle fasce adulte: il 66,3% degli assistiti ha più di 45 anni. Per la depressione, il tasso delle utenti trattate è quasi doppio rispetto a quello maschile, 46,5 per 10.000 abitanti contro 27.

La domanda di cura non riguarda solo l’accesso agli ambulatori, ma la continuità dei percorsi. Nel 2024, 272.497 persone sono entrate in contatto per la prima volta durante l’anno con i Dipartimenti di salute mentale; 258.999 lo hanno fatto per la prima volta nella vita. Le prestazioni territoriali sono state oltre 10 milioni, con una media di 13,6 per utente. Sono numeri che raccontano una presa in carico fatta di visite, interventi infermieristici, attività psicologiche, riabilitazione, supporto alle famiglie e lavoro sul territorio.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

spot_img

Notizie correlate

Empoli
cielo sereno
21.5 ° C
23.4 °
20.1 °
48 %
1.3kmh
0 %
Ven
19 °
Sab
22 °
Dom
22 °
Lun
23 °
Mar
24 °

Ultimi articoli

SEGUICI SUI SOCIAL

VIDEO NEWS