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I tagli agli aiuti internazionali colpiscono le donne: chiuso 1 programma antiviolenza su 3

Più di un’organizzazione su tre nel mondo ha chiuso o sospeso i propri programmi antiviolenza per mancanza di fondi, e oltre il 40% ha ridotto o interrotto servizi salvavita come rifugi, assistenza legale, cure mediche e psicologiche per le vittime. È l’effetto della riduzione degli aiuti internazionali, che sta colpendo soprattutto i soggetti più deboli, donne e ragazze in testa. Uno studio condotto da UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata alla parità di genere e all’empowerment delle donne, segnala come la contrazione dei finanziamenti nell’ultimo anno abbia inciso direttamente sui servizi di protezione dalla violenza di genere. E come si stia delineando nuovo scenario per il mondo del non-profit, obbligato a ripensare il proprio funzionamento.

La crisi infatti sta diventando strutturale, perché investe non solo singoli progetti, ma la tenuta complessiva di un settore da cui dipende la sopravvivenza di milioni di persone. Secondo i dati dell’agenzia, circa metà delle organizzazioni per i diritti delle donne e guidate da donne in aree di crisi rischiano di chiudere entro sei mesi se non tornano i finanziamenti.

L’impatto dei tagli agli aiuti umanitari

Una survey internazionale citata nei report ONU mostra che quasi il 100% delle organizzazioni femminili e per i diritti delle donne è stato colpito dai tagli, e che per circa tre quarti l’impatto è stato definito “grave” o “molto grave”, con effetti diretti sulla capacità di garantire servizi essenziali. Questo quadro si inserisce in una dinamica di lungo periodo già penalizzante: prima ancora delle ultime sforbiciate, infatti, le organizzazioni che difendono i diritti delle donne ricevevano appena lo 0,9% degli aiuti umanitari globali, una quota residuale che negli anni è andata ulteriormente riducendosi.

L’impatto dei tagli è stato ancora più forte sulle organizzazioni guidate da donne con disabilità, giovani e donne indigene, e anche la capacità di protezione dell’infanzia è stata drasticamente compromessa.

L’Onu lo scorso dicembre ha lanciato un appello alla solidarietà globale con l’obiettivo di raccogliere 33 mld di dollari per sostenere 135 milioni di persone in 50 Paesi attraverso 23 operazioni nazionali e sei piani per rifugiati e migranti. Nonostante i profondi tagli ai finanziamenti e gli attacchi agli operatori umanitari, nel 2025 98 milioni di persone hanno ricevuto aiuto.

Ma è stato un anno molto difficile: i finanziamenti raccolti dall’appello nel 2025 – 12 miliardi di dollari – sono stati i più bassi degli ultimi dieci anni e gli aiuti umanitari hanno raggiunto 25 milioni di persone in meno rispetto al 2024. “Le conseguenze sono state immediate: la fame è aumentata, i sistemi sanitari sono stati sottoposti a una pressione schiacciante, l’istruzione è crollata, lo sminamento si è bloccato e le famiglie hanno dovuto affrontare un duro colpo: niente riparo, niente assistenza finanziaria, niente servizi di protezione”, avvisa l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA).

Ma come si è arrivato a questo? UN Women Italy ricorda che nel febbraio 2025 la nuova amministrazione americana guidata da Donald Trump ha imposto la sospensione dal lavoro di tutti i dipendenti di USAID, l’agenzia federale che gestiva gli aiuti internazionali (dalla salute riproduttiva alle cure contro HIV/AIDS), e il congelamento immediato dei fondi. USAID è stata poi chiusa ufficialmente a luglio. La decisione degli Stati Uniti di tagliare i finanziamenti è particolarmente grave, considerando che il Paese è il maggior contributore al mondo (nel 2024 ha raggiunto i 68 miliardi di dollari, compresi 14 miliardi in aiuti umanitari, ovvero il 42% del totale globale).

Ma non è l’unico tassello della situazione attuale: anche altri governi – come Canada, Francia, Germania e Regno Unito – hanno deciso di diminuire gli stanziamenti. A condire il tutto, “nuove priorità da parte dei donatori e la crescente influenza dei movimenti antifemministi”, sottolinea UN Women Italy.

Ripensare il sistema

Ecco dunque che, come spiega Loredana Grimaldi, Head of Fundraising di UN Women Italy, “oggi più che mai c’è bisogno di un ripensamento complessivo del sistema su cui finora si è retto il settore non-profit. Il taglio drastico e repentino degli aiuti internazionali è un campanello d’allarme. Ci impone di agire e di farlo subito”. È a partire da questa consapevolezza che UN Women Italy  ha deciso di rafforzare in modo strutturato la propria strategia di raccolta fondi, con l’obiettivo di garantire la continuità della propria missione.

Attualmente, l’agenzia opera esclusivamente grazie a donazioni private. Una scelta che, nel contesto attuale, diventa una necessità e una leva strategica per difendere la costanza dei programmi e l’impatto sul campo. Di conseguenza, ha istituito un nuovo comitato fundraising, con il compito di sviluppare una strategia di medio periodo, individuare nuove opportunità di raccolta fondi e rafforzare quelle già esistenti. Centrale sarà anche il lavoro sui dati: analizzare il contesto, intercettare le tendenze del fundraising legate ai temi di genere e valutare l’efficacia e dell’impatto delle iniziative sostenute.

Per Grimaldi, “il nuovo comitato ci aiuterà a crescere per navigare anche i tempi di crisi. Lo scopo è rendere la nostra organizzazione sostenibile grazie al supporto regolare di quanti credono nella nostra missione, dagli individui alle aziende”.

Immagine di copertina: Adobe.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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