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In pensione a 36 anni, è possibile?

Il lavoro finisce sempre più tardi, ma per una minoranza selezionata finisce molto prima: a volte prima dei quarant’anni, in casi estremi prima dei trenta. Non per una scelta ideologica, né per un rifiuto del lavoro in sé, ma per una decisione calcolata, finanziaria, pianificata con freddezza. L’uscita anticipata dal mercato del lavoro non è più solo un’ipotesi teorica o un privilegio ereditario: diventa una possibilità concreta per chi riesce a concentrare reddito, risparmio e investimenti in una finestra temporale ristretta.

L’ultimo caso è quello di una manager svizzera che ha lasciato il proprio impiego a 36 anni, dopo un decennio trascorso in una grande multinazionale tecnologica. La sua scelta, raccontata dal quotidiano zurighese Tages-Anzeiger, non passa da alcun canale previdenziale: nessuna prestazione pubblica, nessun anticipo contributivo. L’uscita dal lavoro avviene esclusivamente attraverso capitale privato e rendite finanziarie ritenute sufficienti a sostenere il livello di spesa corrente.

Quando il lavoro smette di essere necessario

In questa traiettoria non c’è alcuna rottura con il mercato, ma un uso intensivo e mirato delle sue opportunità. Il lavoro viene concentrato negli anni iniziali della carriera, quando la crescita salariale è più rapida e la capacità di accumulo più elevata. Il reddito non alimenta un progressivo ampliamento dei consumi, ma viene in larga parte trasformato in patrimonio. La distinzione centrale non è tra occupazione e inattività, ma tra reddito da lavoro e reddito da capitale.

Nel contesto svizzero questo passaggio risulta più leggibile che altrove. Settori ad alta qualificazione, come la tecnologia e la consulenza, consentono livelli retributivi che rendono plausibile, in tempi brevi, la costruzione di un capitale in grado di sostituire il salario. La scelta di uscire dal lavoro non è legata a un evento biografico o a un vincolo esterno, ma a una soglia numerica raggiunta. Quando il patrimonio supera una determinata dimensione, il lavoro perde la sua funzione di sostegno materiale.

Questa modalità di uscita resta minoritaria, ma introduce un elemento di discontinuità rilevante: la pensione smette di essere un passaggio regolato dall’età e diventa un esito possibile di una strategia individuale. Il sistema previdenziale rimane sullo sfondo, come garanzia futura, ma non entra nella decisione immediata. È un cambiamento che non produce effetti macroeconomici immediati, ma che altera il modo in cui una parte della forza lavoro interpreta la durata della propria carriera.

Il metodo Fire

Il riferimento operativo di queste scelte è il movimento Fire, acronimo di Financial Independence, Retire Early. Prende forma negli Stati Uniti tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, in un contesto segnato da forte individualizzazione del rischio economico e da una crescente instabilità delle carriere qualificate. La crisi finanziaria del 2008 ne accelera la diffusione, trasformando una pratica di nicchia in un riferimento strutturato per una parte del lavoro ad alto reddito.

Il principio è operativo, non aspirazionale. Si parte dalla spesa, non dal reddito. Il livello di vita viene fissato ex ante e mantenuto stabile nel tempo. Tutto ciò che eccede viene destinato al risparmio e agli investimenti. Il lavoro assume una funzione temporanea e intensiva: produrre capitale nel minor tempo possibile. Il riferimento numerico più diffuso è quello che lega il patrimonio a un multiplo delle spese annue, sulla base dell’idea che, superata una certa soglia, i rendimenti possano coprire il fabbisogno senza ricorrere a reddito da lavoro continuativo.

Una strategia per pochi

La diffusione del Fire è stata favorita dalla standardizzazione degli strumenti finanziari: fondi indicizzati a gestione passiva, a costi contenuti e con ampia diversificazione geografica, piattaforme di investimento accessibili, disponibilità di dati e simulazioni. Blog, forum e comunità digitali hanno svolto un ruolo centrale, trasformando esperienze individuali in modelli replicabili, almeno in teoria. Non si tratta di improvvisazione: il controllo delle spese, il tracciamento puntuale dei flussi finanziari e la disciplina di investimento sono elementi costanti, più vicini a una gestione aziendale che a una scelta di stile di vita.

La sua applicabilità resta però fortemente selettiva. Fire funziona dove il lavoro genera redditi elevati in tempi brevi e dove i mercati consentono di trasformare rapidamente il risparmio in rendita. In Svizzera e negli Stati Uniti queste condizioni esistono per una minoranza significativa di lavoratori qualificati. In Italia molto meno. Qui il movimento non si struttura come alternativa concreta alla pensione, ma come indicatore di una polarizzazione crescente: tra chi può comprimere la carriera e chi resta intrappolato in traiettorie lunghe, discontinue e poco remunerative. Questo approccio non ridefinisce il sistema, ma ne mette in evidenza i limiti, mostrando come il tempo stia diventando la variabile più diseguale del lavoro contemporaneo.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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