L’Italia dei traslochi, dove si va per vivere meglio

Nel 2025 quasi un milione e mezzo di persone ha cambiato comune di residenza. Non tutte hanno scelto una grande città. Per capire la nuova geografia dei trasferimenti bisogna guardare a ciò che rende sostenibile la vita quotidiana: un lavoro raggiungibile, una casa accessibile, trasporti affidabili e servizi che funzionano.

La mappa dell’Istat racconta così un’Italia che si sposta alla ricerca di un equilibrio migliore. A un estremo c’è Pavia, provincia con il saldo migratorio interno più favorevole, pari a 5,3 residenti guadagnati ogni mille abitanti. All’altro c’è Matera, che ne perde 6,3. Sono i due estremi di un fenomeno molto più ampio. Dietro i cambi di residenza emerge una competizione sempre più netta tra territori capaci di attrarre popolazione e aree che continuano a perdere abitanti verso il resto del Paese.

Il saldo migratorio interno è la differenza tra gli arrivi da altri comuni italiani e le partenze verso altre località nazionali. Non coincide con l’andamento complessivo della popolazione, sul quale incidono anche nascite, morti e movimenti con l’estero. Permette però di osservare la direzione degli spostamenti e la capacità dei territori di guadagnare o trattenere residenti.

Il trasloco italiano? Quasi sempre dietro l’angolo

Nel 2025 i trasferimenti tra comuni sono stati un milione e 455mila, oltre 70mila in più rispetto all’anno precedente. L’aumento è del 5,1% e interrompe la flessione osservata nel 2024. La maggior parte degli spostamenti copre distanze limitate. Quasi il 60% avviene tra comuni della stessa provincia. Oltre il 16% collega province diverse della medesima regione. Soltanto un trasferimento su quattro supera un confine regionale.

Il trasloco italiano, insomma, è molto meno epico della valigia caricata sul treno verso l’altra estremità del Paese. Spesso bastano pochi chilometri: dal centro alla cintura urbana, da un comune isolato a uno servito dalla ferrovia, da un appartamento diventato troppo caro a una zona nella quale il reddito consente ancora di respirare.

Il posto in cui si abita non coincide più necessariamente con quello in cui si lavora o si studia. Una parte della popolazione può restare collegata allo stesso mercato del lavoro, alla stessa università o alla medesima rete familiare, scegliendo però un comune diverso in cui fissare la residenza. Le motivazioni individuali non sono rilevate dal rapporto Istat. I dati non permettono quindi di stabilire quanto pesino il costo delle abitazioni, i collegamenti, la presenza di scuole o la vicinanza ai luoghi di lavoro. La prevalenza dei trasferimenti a corto raggio mostra comunque che buona parte della mobilità avviene senza interrompere i rapporti con il territorio di partenza.

A muoversi sono anche i cittadini stranieri. Nel 2025 hanno effettuato 284mila trasferimenti tra comuni, il 14,8% in più rispetto all’anno precedente. I movimenti degli italiani sono stati un milione e 171mila, in crescita del 3%.

La quota degli stranieri sul totale dei trasferimenti interni è così salita dal 17,9% al 19,5%, un valore superiore alla loro incidenza sulla popolazione residente. Per molte persone arrivate dall’estero, il primo comune di iscrizione anagrafica non rappresenta dunque la destinazione definitiva. Dopo la migrazione internazionale ne comincia spesso una seconda, all’interno dell’Italia.

Pavia guadagna, Matera perde

Pavia registra il saldo migratorio interno provinciale più favorevole d’Italia: 5,3 residenti in più ogni mille abitanti. Il dato si inserisce in un quadro che continua a premiare soprattutto il Centro-Nord. Nel 2025 il Nord-est ha guadagnato 1,6 residenti ogni mille abitanti attraverso gli spostamenti interni, il Nord-ovest 1,3 e il Centro 0,5. Tra le regioni, il risultato migliore appartiene all’Emilia-Romagna, con un saldo positivo di 2,1 per mille. In termini assoluti, Lombardia ed Emilia-Romagna hanno guadagnato circa 10mila residenti ciascuna negli scambi con le altre regioni. Seguono il Piemonte, con circa 7mila, e il Veneto, con 5mila.

Pavia appartiene al sistema economico lombardo, è collegata all’area milanese e ospita un’università e strutture sanitarie di rilievo. Sono elementi che possono contribuire all’attrattività della provincia, ma i dati disponibili non consentono di stabilire quali abbiano inciso maggiormente, né di ricostruire con precisione il profilo dei nuovi residenti. Il suo risultato mostra comunque che la mobilità non favorisce soltanto le metropoli. Anche una provincia di dimensioni intermedie può guadagnare popolazione quando è inserita in un’area economicamente dinamica e collegata ai principali poli di lavoro e di studio.

All’altro estremo c’è Matera. Nel 2025 la provincia lucana ha perso 6,3 residenti ogni mille abitanti, registrando il saldo migratorio interno più negativo d’Italia. La Basilicata è ultima anche tra le regioni, con -5,5 per mille, seguita dalla Calabria con -3,8. Il caso di Matera mostra che attrattività turistica e attrattività residenziale non coincidono necessariamente. La notorietà internazionale, il patrimonio culturale e l’arrivo di visitatori possono sostenere l’economia locale, senza però tradursi automaticamente in un aumento o in una tenuta della popolazione.

Il dato provinciale fa parte di una dinamica che coinvolge l’intero Mezzogiorno. Nel 2025 circa 112mila persone si sono trasferite dalle regioni meridionali verso il Centro-Nord. Nella direzione opposta si sono mosse in 67mila, il 6,3% in più rispetto al 2024.

I trasferimenti verso Sud sono quindi aumentati, ma non abbastanza da compensare le partenze. Il saldo resta negativo per circa 45mila residenti.

La Lombardia riceve quasi il 30% dei movimenti diretti dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Le principali regioni di partenza sono la Campania, dalla quale proviene il 29% dei trasferimenti, la Sicilia con il 23,6% e la Puglia con il 17,7%.

Pavia e Matera non rappresentano quindi due casi isolati. Si collocano agli estremi di una redistribuzione interna che continua a portare popolazione verso le regioni centro-settentrionali e a sottrarla a territori già interessati dalla denatalità e dall’invecchiamento.

Un saldo migratorio interno positivo non comporta necessariamente una crescita complessiva della popolazione. Anche una provincia che attira nuovi residenti può perdere abitanti se i decessi superano le nascite. Gli arrivi possono però contenere la diminuzione e modificare la struttura per età.

Il Sud perde soprattutto i giovani laureati

Nelle aree di partenza accade il contrario. Quando a trasferirsi sono soprattutto persone giovani, la perdita non riguarda soltanto il numero dei residenti attuali, ma anche la futura disponibilità di lavoratori e potenziali genitori. Il dato più rilevante riguarda l’età e il livello d’istruzione di chi parte. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha registrato un saldo negativo di 150mila laureati italiani tra i 25 e i 34 anni.

Di questi, 122mila sono stati persi negli scambi con il Centro-Nord e altri 28mila nei rapporti con l’estero. Il numero non indica il totale delle partenze, ma la differenza tra chi ha lasciato il Sud e chi vi è arrivato o rientrato. Le uscite effettive sono quindi più numerose.

Il divario territoriale nell’occupazione dei laureati contribuisce a spiegare la direzione dei flussi. Nel 2024 lavorava il 91,1% dei laureati tra i 30 e i 34 anni residenti al Nord, contro il 73,3% di quelli del Mezzogiorno. La distanza era di 17,8 punti percentuali.

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Le regioni di destinazione ricevono così popolazione già formata, pronta a entrare nel mercato del lavoro e a contribuire alla vita economica locale. Quelle di origine perdono una parte dell’investimento sostenuto dalle famiglie e dal sistema pubblico dell’istruzione.

L’età di chi parte rende il fenomeno rilevante anche sul piano demografico. Tra i 25 e i 34 anni si completa generalmente il percorso formativo, si consolida l’ingresso nell’occupazione e si concentrano molte delle decisioni relative all’autonomia abitativa e alla formazione di una famiglia.

Gli effetti si sommano al saldo naturale negativo. Nel 2025 la popolazione è cresciuta del 2,2 per mille al Nord, è rimasta sostanzialmente stabile al Centro ed è diminuita del 3,1 per mille nel Mezzogiorno. La Basilicata ha registrato la contrazione regionale più elevata, pari al 9 per mille.

La perdita di residenti riduce anche la domanda potenziale di scuole, trasporti, attività commerciali e servizi. Nei comuni più piccoli e nelle aree interne, una popolazione meno numerosa e più anziana rende più difficile mantenere strutture già distribuite su territori ampi.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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