Non chiamateli lavoretti: in Italia raddoppiano i 15-17enni al lavoro

Nel 2020 riempivano a malapena uno stadio, nel 2025 sono diventati una città media: 81.565 ragazzi tra i 15 e i 17 anni risultano al lavoro in Italia. Erano 35.505 cinque anni prima. Il numero arriva dal quarto rapporto statistico di Unicef Italia, pubblicato per la Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, e dice una cosa precisa: l’occupazione degli adolescenti non è più solo un fenomeno sommerso da cercare dove non si vede. È cresciuta abbastanza da comparire con forza anche nelle statistiche.

Guardando alla fascia fino ai 19 anni, i giovani lavoratori passano da 310.400 nel 2021 a 427.072 nel 2024: +37,6%. L’aumento si concentra nel lavoro indipendente e in agricoltura. Le regioni con più occupati under 19 sono Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia. In rapporto alla popolazione residente, invece, l’incidenza più alta si registra in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta.

Dentro questi numeri ci sono lavoro regolare e stagionale, impieghi familiari, agricoltura, attività indipendenti, esperienze più o meno protette. Non tutto può essere messo sotto l’etichetta dello sfruttamento. Ma il salto da 35.505 a 81.565 lavoratori 15-17enni mostra che il fenomeno ha cambiato dimensione. Per questo la parola “lavoretto” non basta più.

Non solo “lavoretti”

“Lavoretto” è una parola comoda. Fa pensare a qualcosa di leggero, provvisorio, quasi educativo. Ma può voler dire molte cose: un turno estivo, una mano nell’impresa di famiglia, la raccolta nei campi, un’attività online, una consegna, un impiego nel commercio o nella ristorazione.

C’è poi il profilo legale. Lavorare da minorenni non è sempre vietato. In Italia la soglia ordinaria è legata all’obbligo di istruzione, che dura 10 anni, dai 6 ai 16 anni. In linea generale, quindi, si può lavorare dopo i 16 anni e dopo l’assolvimento dell’obbligo scolastico. Sotto quella soglia il lavoro è vietato, salvo eccezioni specifiche e autorizzate, come alcune attività culturali, artistiche, sportive, pubblicitarie o dello spettacolo.

Questo non chiude il problema, lo precisa. Per gli adolescenti che possono lavorare restano limiti e tutele: mansioni vietate se pericolose, attenzione agli orari, valutazione dei rischi, protezione della salute, compatibilità con il percorso formativo. Gli 81.565 lavoratori tra 15 e 17 anni vanno letti dentro questo perimetro: una parte rientra nel lavoro consentito e registrato, un’altra può collocarsi in zone più fragili o meno visibili. Non conta solo se un adolescente lavora, ma a che età, con quale contratto, in quale settore, con quali tutele e con quale rapporto con la scuola.

Resta poi la parte più difficile da misurare: lavoro irregolare, aiuto familiare, attività occasionali, piattaforme digitali, impieghi informali. Su quest’area grigia si sono concentrate anche le indagini di Save the Children. La ricerca “Non è un gioco”, pubblicata nel 2023 con Fondazione Di Vittorio, stimava che quasi un minore su 15 tra i 7 e i 15 anni avesse svolto un’attività lavorativa. Tra i 14-15enni la quota saliva a uno su cinque. I settori più ricorrenti erano ristorazione, vendita al dettaglio, agricoltura, cantieri e lavoro online.

Quando il lavoro finisce nei registri degli infortuni

Il lavoro precoce cambia peso quando entrano in scena gli infortuni. Nel 2024 sono state registrate 18.617 denunce tra lavoratori di età compresa tra 15 e 17 anni. Nella stessa fascia gli infortuni mortali sono stati 7. Nel periodo 2020-2024, i decessi sul lavoro e in itinere tra giovani lavoratori 15-17enni sono stati 18.

Qui non si tratta più soltanto di quanti adolescenti siano occupati, ma delle condizioni in cui lo sono. A 15, 16 o 17 anni cambiano esperienza, percezione del rischio, capacità di riconoscere una mansione pericolosa e possibilità concreta di rifiutarla.

Per questo Unicef Italia ha presentato anche un documento di valutazione del rischio dedicato al lavoro minorile. La proposta è integrare gli aspetti tradizionali della sicurezza con elementi specifici: età, contesto lavorativo, vulnerabilità, dimensioni psicosociali, compatibilità tra mansione, scuola e sviluppo del minore.

L’Italia del sommerso e delle piattaforme

“Lavoro sommerso”, “sfruttamento attraverso le piattaforme digitali”, “dispersione scolastica” e “situazioni di maggiore vulnerabilità economica e sociale”: sono questi, secondo Sergio Mattarella, i terreni in cui il lavoro minorile trova spazio anche in Italia. Il passaggio del presidente della Repubblica allarga il perimetro: accanto ai settori più riconoscibili ci sono forme più frammentate, dalle consegne alle micro-attività online, fino ai lavori intermediati da app o reti informali.

Per Mattarella, “la scuola è il più efficace strumento di prevenzione, recupero, inclusione”. Ma alla scuola devono affiancarsi “sistemi di protezione efficaci” e “sostegno alle famiglie”.

Il quadro globale resta sullo sfondo. Negli ultimi venticinque anni i minori coinvolti nel lavoro minorile sono diminuiti da 246 a 138 milioni, ma l’obiettivo di eliminarlo entro il 2025 non è stato raggiunto. Oltre 54 milioni di bambini continuano a svolgere attività pericolose.

In Italia, il nodo è capire quando l’attività di un adolescente resta compatibile con la scuola e quando diventa il segnale di un’uscita anticipata. Il numero iniziale resta lì: 81.565 lavoratori tra i 15 e i 17 anni. Abbastanza per spostare il lavoro minorile fuori dalla categoria dell’eccezione.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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