Quasi 8 Gen Z su 10 temono di non riuscire a costruire una vita soddisfacente

Non è solo una questione di “gap” generazionale, ma una vera e propria frattura nel benessere mentale che divide i giovani italiani. Secondo un recente sondaggio realizzato da Serenis, centro medico digitale per il benessere mentale, in collaborazione con Marketing Espresso, il quadro che emerge è quello di una generazione, la Gen Z (14-30 anni), profondamente vulnerabile e preoccupata per il proprio futuro. Dall’indagine, condotta su quasi 5.000 giovani, è emerso che se i Millennials mostrano una maggiore resilienza, 8 ragazzi su 10 della Gen Z temono di non riuscire a dare un senso alla propria vita, intrappolati tra ansia digitale e precarietà economica.

L’ansia di non farcela

Il dato più allarmante riguarda la ricerca di senso: il 78% della Gen Z teme di non poter costruire una vita soddisfacente, contro il 59,2% dei Millennials. Questa “preoccupazione esistenziale” si traduce in livelli di ansia per il futuro più alti tra i giovanissimi (64,4%) rispetto alla generazione precedente (45%). Nonostante queste differenze, entrambe le generazioni condividono un senso di aspettative deluse: circa il 60% dei giovani dichiara di vivere un’esistenza peggiore o molto peggiore di come l’aveva immaginata. Il divario tra sogno e realtà sembra essere diventato un tratto comune del passaggio all’età adulta nel contesto attuale.

La trappola digitale e il “doomscrolling”

Perché la Gen Z sta peggio? La ricerca individua nel digitale uno dei principali fattori di stress. La Gen Z è vittima del cosiddetto doomscrolling. Parliamo di una fruizione compulsiva di notizie negative online che riguarda quasi il doppio dei giovani rispetto ai Millennials: il 18,8% contro il 10,6%. È un comportamento molto comune nei momenti di crisi globali o personali, quando si cerca continuamente aggiornamenti anche se peggiorano il proprio stato emotivo. La parola nasce dall’unione di doom, cioè “rovina” o “catastrofe” e scrolling, l’atto di scorrere contenuti sullo schermo. Il termine ha iniziato a diffondersi in modo significativo intorno al 2020, durante la pandemia, quando molte persone trascorrevano molto tempo online consumando notizie spesso allarmanti.

Non si tratta solo di contenuti, ma di una vera e propria difficoltà a disconnettersi. Il 45,1% dei nati tra la fine degli anni ’90 e i primi 2010 vorrebbe ridurre l’uso dei social ma dichiara di non riuscirci. Questa iper-connessione, se da un lato offre strumenti, dall’altro sembra amplificare il senso di inadeguatezza e di “ritardo” rispetto agli obiettivi di vita, un sentimento che colpisce il 39,9% della Gen Z.

Recenti studi, infatti, hanno dimostrato che non è tanto il tempo che si trascorre sui social, ma ciò a cui si è esposti: non il quanto, ma il cosa vediamo sui nostri schermi. A sollevare il problema è stato il professor Neil Humphrey, co-autore della ricerca della Manchester University, il quale ha suggerito un cambio di prospettiva per genitori e istituzioni: “Invece di incolpare la tecnologia, dobbiamo prestare attenzione a ciò che i giovani fanno online, con chi entrano in contatto e quanto si sentono supportati nella loro vita quotidiana”. Una fotografia, in quel caso degli under 14, le cui conseguenze si rifletteranno nella generazione futura di giovani adulti.

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Il peso dell’economia e il divario territoriale

Oltre al digitale, secondo Serenis e Marketing Espress, pesa sui giovanissimi anche l’insicurezza economica. Oltre la metà della Gen Z (51,4%) si dice insoddisfatta della propria situazione finanziaria. In questo ambito, i Millennials godono di una stabilità leggermente superiore grazie a una maggiore diffusione di contratti a tempo indeterminato.

Il malessere non colpisce l’Italia in modo uniforme. Esiste una netta spaccatura geografica: mentre Lombardia e Veneto guidano la classifica del benessere, il Sud Italia registra i dati più critici. In Sicilia e Campania, l’insoddisfazione economica della Gen Z sale al 59,9%, con livelli massimi di ansia e quasi il 70% dei giovani che sente la propria vita lontana dalle aspettative iniziali.

La risposta: la terapia come pilastro comune

In questo scenario complesso, emerge un dato positivo: il superamento dello stigma verso la salute mentale. Le due generazioni sono pressoché identiche nella propensione alla cura di sé e all’uso della terapia. Circa il 67% di entrambe le popolazioni ha intrapreso o sta portando avanti un percorso psicologico.

Tuttavia, come sottolineano gli esperti di Serenis, la terapia individuale non può essere l’unica risposta. I dati suggeriscono che, per risolvere questa crisi di senso, è necessario un cambiamento culturale, economico e sociale più profondo, che vada a scardinare le cause strutturali del malessere giovanile.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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