Il caro gasolio taglia le ali alle api toscane: a rischio la produzione dei mieli pregiati

FIRENZE – Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz fanno sentire i loro pesanti effetti fino alle campagne della Toscana, colpendo un settore vitale per l’equilibrio degli ecosistemi: l’apicoltura. A lanciare l’allarme è Coldiretti, che evidenzia come la drastica impennata dei costi legati alle materie prime stia compromettendo l’avvio della nuova stagione produttiva.

Il nodo dei trasporti e la minaccia al “nomadismo”

A preoccupare maggiormente gli addetti ai lavori è il prezzo alla pompa dei carburanti, con rincari che arrivano a pesare fino a 30 euro in più per un singolo pieno. Si tratta di un colpo durissimo per un comparto che vive di spostamenti continui. Per produrre i mieli monoflora più pregiati e redditizi — come la sulla, l’acacia o il castagno — è infatti necessaria la pratica della transumanza (o nomadismo), che consiste nel trasferire ciclicamente le arnie inseguendo le fioriture stagionali.

Per raggiungere apiari spesso situati in zone impervie e incontaminate, gli apicoltori percorrono centinaia di chilometri a settimana a bordo di furgoni e automobili, caricando attrezzature ingombranti come telaini, melari, cassette e abbigliamento protettivo. Di fronte a queste spese, molti professionisti si vedono oggi costretti a rivedere al ribasso le proprie strategie logistiche, riducendo le ispezioni. Una criticità economica confermata dall’analisi di Divulga, secondo cui la crisi innescata in Medio Oriente si tradurrà in un aggravio di 200 euro per ettaro per le aziende agricole toscane, per un impatto complessivo stimato in 130 milioni di euro, a cui si aggiungono i costi crescenti di plastiche, fertilizzanti e la scarsa reperibilità di materiali tecnici.

Clima e parassiti: un equilibrio fragile

La necessità di ispezionare costantemente le famiglie di api non è legata solo alla raccolta, ma anche alla tutela sanitaria. Oltre agli sbalzi termici, gli insetti devono difendersi dalla proliferazione della Varroa destructor, un acaro letale che, in assenza di trattamenti tempestivi, porta al collasso definitivo dell’alveare.

Fortunatamente, l’inverno è stato superato in modo brillante. Come sottolineato da Simona Pappalardo, responsabile del monitoraggio dell’Osservatorio nazionale miele, le api godono di buona salute e dispongono di adeguate scorte. Inoltre, le piogge cadute nei mesi scorsi garantiscono premesse eccellenti per le fioriture. Tuttavia, Pappalardo ricorda come l’apicoltura sia il settore agricolo più vulnerabile alle bizze del meteo: basta un abbassamento delle temperature, una singola giornata di precipitazioni violente o un picco di siccità primaverile per azzerare il lavoro di un’intera annata.

I numeri del miele “made in Tuscany”

Nonostante le difficoltà, il contributo della Toscana al comparto nazionale resta cruciale. Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale del Miele, la regione vanta 8mila apicoltori, dei quali ben 2500 praticano attivamente il nomadismo.

Questo esercito di professionisti gestisce circa 18mila apiari per un totale di 140mila alveari, garantendo una produzione di 1900 tonnellate (pari al 5,9% dell’intera quota nazionale). Analizzando i bilanci della stagione passata, la resa media si è attestata a 12,2 chilogrammi di miele per ogni singola arnia. A dominare la classifica della produttività è stata la varietà sulla (19,6 kg per alveare), seguita dalla melata (15,2 kg), dal castagno (12,2 kg), dall’acacia (11,2 kg) e, infine, dal millefiori (9,7 kg).

REDAZIONE

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