Centenari, sì, ma a che prezzo? Il “bug” della longevità: viviamo di più (e male)

Abbiamo vinto la partita contro la morte prematura, ma ora rischiamo di perdere quella contro il mal di schiena e l’ansia. Ce lo conferma uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet, secondo il quale stiamo cadendo in una “trappola della longevità”.

L’umanità, infatti, sta vivendo un trionfo senza precedenti: dal 1990 a oggi, l’aspettativa di vita è schizzata in avanti quasi ovunque. Ma c’è un “ma” grande come una casa: questo tempo extra che abbiamo guadagnato non è tempo di qualità. Il verdetto dei dati è chiaro: oggi passiamo in media 10,7 anni della nostra vita in condizioni di salute precarie. Nel 1990 erano 8,8. In pratica, la medicina ci tiene in vita più a lungo, ma non sempre riesce a tenerci in forma.

I numeri della “trappola” della longevità

Il progresso della medicina e il miglioramento delle condizioni igieniche in gran parte del mondo hanno fatto miracoli nel ridurre la mortalità infantile e le malattie infettive. A questo successo, però, corrisponde una nuova sfida: sopravviviamo a eventi che un tempo erano fatali, ma lo facciamo convivendo con le conseguenze.

A livello globale, la percentuale di vita trascorsa in cattive condizioni di salute è passata dal 13,6% del 1990 al 14,5% del 2023. Questo fenomeno non riguarda solo gli anziani: lo studio evidenzia come il divario di salute si stia ampliando lungo tutto l’arco della vita adulta, non concentrandosi solo negli ultimi mesi o anni di esistenza.

L’Italia e il mondo: più sei ricco, più anni passi malato?

Il dato più sorprendente riguarda i Paesi più sviluppati. Lo studio mostra una relazione chiara: maggiore è l’aspettativa di vita di un Paese, più ampio è il suo morbidity gap. In cima alla classifica dei “maggiori anni trascorsi malati” troviamo gli Stati Uniti (14 anni), l’Australia (13,9) e il Canada (13,7). Ma anche noi in Italia siamo nel pieno di questa tendenza. Nel 1990 il nostro divario era di 10 anni; nel 2023 è salito a 11,8 anni, un aumento del 17,6%.

Ciò che ha rilevato lo studio è che le nazioni con il divario più piccolo sono quelle a basso indice sociodemografico, come Nauru (6,9 anni) o le Isole Salomone (7,3 anni), ma solo perché lì si vive complessivamente molto meno.

Cosa ci toglie il benessere non è ciò che ci uccide

Se chiedete a qualcuno di cosa si muore, risponderà: “infarto” o “tumore”. Ma se chiedete cosa rovina le giornate e toglie l’autonomia, la risposta cambia radicalmente. Il morbidity gap è alimentato da un gruppo di malattie croniche, in gran parte non fatali, che rappresentano oltre la metà degli anni vissuti in cattiva salute:

  1. Disturbi muscoloscheletrici: il mal di schiena è il nemico numero uno.
  2. Disturbi mentali: in particolare depressione e ansia.
  3. Patologie degli organi di senso: come la perdita dell’udito legata all’età.
  4. Infortuni non intenzionali: soprattutto le cadute negli anziani.

Il paradosso di genere

In questo quadro, donne e uomini non si collocano nella stessa posizione: il genere femminile, infatti, vive più a lungo della controparte maschile, ma il prezzo da pagare è più alto. In quello che i ricercatori chiamano “paradosso della salute di genere”, le femmine trascorrono sistematicamente più anni in cattive condizioni di salute rispetto ai maschi in ogni area geografica. Nel 2023, le donne hanno affrontato in media 12,1 anni di malattia contro i 9,3 degli uomini.

I colpevoli: stili di vita sotto accusa

Perché sta succedendo? Gran parte della colpa ricade su fattori di rischio che potremmo, almeno in teoria, modificare. I principali responsabili dell’espansione della malattia sono:

  • Glicemia alta (diabete e prediabete).
  • Indice di massa corporea elevato (sovrappeso e obesità).
  • Tabagismo.
  • Inquinamento atmosferico.

Nei Paesi più ricchi, l’obesità e lo zucchero nel sangue dominano la scena, mentre nei Paesi più poveri pesano ancora molto la malnutrizione materno-infantile e la scarsa igiene.

Dalla “durata della vita” alla “durata della salute”

La sfida del futuro non è più solo vivere fino a 90 o 100 anni, ma arrivarci in grado di camminare, vedere bene e godersi la vita. Gli esperti chiedono una rivoluzione nei sistemi sanitari: non basta ridurre la mortalità, bisogna estendere l’healthspan (la durata della salute). Questo significa investire massicciamente in prevenzione, riabilitazione, servizi per la salute mentale e tecnologie assistive. Perché se la longevità è un traguardo, la salute è il premio. E al momento, siamo ancora troppo lontani dal podio.

 

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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