Che cosa è lo “stipendio emotivo”? Emergono nuovi dati sul rapporto tra Gen Z e lavoro

“Vivere per lavorare o lavorare per vivere?”, la Gen Z ha le idee sulla domanda posta da Lo Stato Sociale: quasi un lavoratore su due lascerebbe un impiego ben pagato pur di uscire da un ambiente di lavoro tossico. Quella che gli esperti definiscono “stipendio emotivo” è la necessità emersa con più forza dall’indagine “Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs” condotta in 9 Paesi, tra cui l’Italia, da un team di ricerca internazionale.

Il quadro che emerge non è quello di una generazione pigra o disimpegnata, ma di una generazione che ha ridisegnato la gerarchia dei valori professionali, mettendo benessere sul posto di lavoro, senso di responsabilità e work-life balance sullo stesso piano della busta paga. Se non più in alto, laddove possibile.

Quando i soldi non bastano

La ricerca, realizzata insieme all’istituto di sondaggi Gad3, è stata presentata mercoledì 13 maggio alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma e ha coinvolto oltre novemila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi (Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti) rappresentativi di quattro continenti. Il progetto, partito nel 2022, ha dedicato una prima indagine a fede e valori e concentra ora la seconda tappa su lavoro e impegno civico della Gen Z.

Ne è emerso che il 29% di loro mette ancora la retribuzione al primo posto nella scelta di un lavoro, ma il 48% lascerebbe un buono stipendio in cambio di una vita più sana ed equilibrata. Tra le donne la percentuale sale al 53%.

Il 25% del campione, inoltre, si dimetterebbe per ragioni etiche, un conflitto tra i propri valori e quelli portati avanti dall’azienda, e il 23% per incompatibilità con la vita familiare.

Lo “stipendio emotivo”, termine sociologico per indicare l’insieme dei benefici non monetari che un lavoro offre, non è un’invenzione dei coach motivazionali. È una categoria che lo studio Footprints 2026 misura con numeri precisi.

Messi insieme, questi dati descrivono un mercato del lavoro in cui il contratto non scritto tra datore e lavoratore si è allargato ben oltre la retribuzione. La generazione Z chiede coerenza dei valori, rispetto della vita personale e un ambiente che non deteriori la propria salute psicologica. Quando queste condizioni mancano, la risposta, spesso, sono le dimissioni.

Il paradosso del riposo

Lo studio fotografa con chiarezza una contraddizione del sistema: il 90% dei giovani intervistati ritiene il riposo essenziale per la propria produttività e per il benessere generale, eppure oltre il 60% dichiara di sentire la pressione di continuare a produrre anche quando è esausto. Diversi studi confermano che in Italia, e non solo, il burnout è una problematica sempre più diffusa, segno di un sistema che predica l’equilibrio ma pratica la disponibilità continua.

La generazione Z ha interiorizzato il valore del recupero fisico e mentale, ma si trova inserita in contesti lavorativi gestiti dagli adulti, spesso ibridi, e connessi oltre l’orario lavorativo, che rendono difficile applicare quel principio. Il risultato è una tensione strutturale tra ciò che i giovani considerano giusto e ciò che il lavoro concretamente richiede.

Non a caso, dai giovani parte la richiesta di una legge sul diritto alla disconnessione, diventata più urgente dopo il lockdown, che ha sdoganato la reperibilità dei lavoratori pur in assenza di un obbligo contrattuale.

Vocazione e felicità: il nesso confermato dai dati 

Uno dei risultati più solidi dell’indagine riguarda il rapporto tra vocazione professionale e benessere personale.

Chi lavora in un settore che sente come vocazione dichiara di essere felice nel 55% dei casi. Tra chi non ha una vocazione professionale, la percentuale crolla al 27%, meno della metà.

Il 75% del campione totale dichiara di avere una vocazione e la quota sale all’84% tra chi lavora nei settori della salute e dell’educazione, ambiti in cui il senso del lavoro è più facilmente identificabile con un beneficio diretto sulle persone. Il dato suggerisce che la ricerca di senso non sia un lusso riservato a chi può permettersi di scegliere, ma una variabile che incide concretamente sulla qualità della vita lavorativa, indipendentemente dal settore.

Il caso Italia tra passione e intelligenza artificiale

Il campione italiano mostra alcune specificità rispetto alla media globale.

Il 22% dei giovani italiani associa il lavoro alla “passione” come valore primario, contro il 15% rilevato a livello globale: una differenza di sette punti percentuali che colloca l’Italia tra i Paesi in cui la dimensione vocazionale del lavoro ha più peso nell’identità professionale dei giovani.

Sul fronte tecnologico, il 21% dei giovani italiani dichiara di usare l’intelligenza artificiale per affrontare le difficoltà lavorative, un dato che segnala una adozione già diffusa degli strumenti di Ai come supporto operativo e sempre meno come curiosità tecnologica.

Smart working, tra opportunità e rischi 

Il lavoro da remoto è ormai un’esperienza comune per questa generazione: il 71% dei giovani intervistati ha già lavorato in modalità ibrida o completamente da remoto. Ma l’entusiasmo non è privo di riserve. Il 39% teme che il lavoro condotti a distanza peggiori la qualità della comunicazione interna e le relazioni con i colleghi. È una preoccupazione che i dati post-pandemia confermano in modo trasversale: la connessione digitale sostituisce la presenza fisica, ma non riproduce i meccanismi informali di costruzione della fiducia e del senso di appartenenza.

Tuttavia, lo smart working non emerge come una condizione irrinunciabile: solo il 10% del campione lascerebbe un lavoro in assenza della possibilità di lavorare da remoto, un dato che ridimensiona la narrativa secondo cui la generazione Z subordini la carriera alla flessibilità geografica. Il telelavoro è apprezzato, ma non è il fattore decisivo nella scelta o nell’abbandono di un impiego.

Se letti insieme, i dati sugli oltre 9.000 intervistati contraddicono la narrazione mainstream della Gen Z: più che Una vita in vacanza de Lo Stato Sociale, i giovani vogliono una Vita tranquilla di Tricarico.

Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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