In Italia 15mila bambini in meno in un anno: madri sempre più grandi e quasi un parto su tre cesareo

Nel 2025 in Italia sono nati circa 15mila bambini in meno in un solo anno, ma il numero racconta soltanto una parte della storia. Dietro il nuovo minimo della natalità c’è infatti un Paese nel quale si diventa madri sempre più tardi, una nascita su cinque riguarda una donna straniera, quasi un parto su tre avviene ancora con taglio cesareo e la procreazione medicalmente assistita entra ormai in 4,6 gravidanze ogni cento.

A mettere insieme i diversi pezzi è il nuovo Rapporto sull’evento nascita in Italia, realizzato dall’Ufficio di Statistica del ministero della Salute attraverso i Certificati di assistenza al parto, i CeDAP. Nel 2025 la rilevazione ha censito 353.240 nati e 348.329 certificati, con una copertura pressoché completa del territorio nazionale. Nel 2024 i nati rilevati erano stati 370.577.

Il dato non coincide perfettamente con quello demografico Istat, perché le due rilevazioni hanno criteri e finalità differenti: secondo le stime provvisorie dell’Istituto nazionale di statistica, i nati residenti nel 2025 sono stati 355mila, il 3,9% in meno rispetto ai 370mila dell’anno precedente. La differenza è di circa 15mila bambini, mentre il numero medio di figli per donna è sceso da 1,18 a 1,14, nuovo minimo per il Paese.

Il confronto di lungo periodo rende le proporzioni più visibili: nel 2008 erano nati più di 576mila bambini, contro i 355mila del 2025. In diciassette anni l’Italia ha quindi perso oltre 220mila nascite annuali. E il problema non dipende soltanto dalla scelta di fare meno figli: Istat sottolinea che si stanno restringendo anche le generazioni in età riproduttiva, figlie a loro volta della bassa natalità degli ultimi decenni.

Madri sempre più grandi, una su cinque è straniera

La fotografia del ministero mostra innanzitutto quanto si sia spostata in avanti la maternità. Nel 2025 l’età media al parto raggiunge 33,4 anni tra le italiane, contro 31,4 anni tra le cittadine straniere; per il primo figlio l’età media sale a 32,5 anni per le italiane, mentre tra le straniere si ferma a 29,4.

È una distanza di circa tre anni già alla prima maternità e racconta due percorsi demografici differenti all’interno dello stesso Paese. Nel complesso, il 20,7% dei parti riguarda madri con cittadinanza non italiana, con un peso decisamente maggiore nelle regioni del Centro-Nord: in Emilia-Romagna, Liguria e Marche la quota supera il 32%. Tra le madri straniere, le provenienze più rappresentate sono l’Africa, con il 32,7%, e l’Asia, con il 22,4%.

Anche Istat registra lo slittamento in avanti del calendario familiare: considerando l’intera popolazione residente, nel 2025 l’età media al parto è salita da 32,6 a 32,7 anni, con il Centro che raggiunge i 33,1. La maternità più tardiva procede quindi insieme alla diminuzione della fecondità, lasciando alle coppie un arco di tempo più ristretto nel quale realizzare eventuali progetti per un secondo o un terzo figlio.

Il CeDAP permette inoltre di guardare alle condizioni sociali delle donne che arrivano al parto. Il 40,7% presenta una scolarità medio-alta e il 38% ha una laurea, mentre tra le cittadine straniere prevale una scolarità medio-bassa, pari al 40,1%. Sul lavoro emergono differenze altrettanto marcate: tra le madri italiane il 70,6% risulta occupato, mentre tra quelle straniere la condizione più frequente è quella di casalinga, con il 51,2%.

Sono numeri che aggiungono un tassello al dibattito sulla denatalità. A rinviare la nascita dei figli concorrono scelte individuali, trasformazioni culturali e percorsi di studio più lunghi, ma sullo sfondo restano anche la stabilità lavorativa, la disponibilità di servizi e la possibilità concreta di conciliare occupazione e cura.

Nove parti su dieci nel pubblico, ma il cesareo resta vicino al 30%

Dove si nasce? Sempre più spesso nel pubblico. Nel 2025 il 91,3% dei parti è avvenuto in ospedali pubblici o equiparati, in aumento rispetto al 90,7% dell’anno precedente; le case di cura assorbono l’8,5%, mentre appena lo 0,11% dei parti avviene altrove, compreso il domicilio.

La dimensione del punto nascita resta però un tema sensibile. Il 58,8% dei parti avviene in strutture che registrano almeno mille nascite all’anno, mentre il 10,13% si verifica ancora in punti nascita con meno di 500 parti annui. Il dato interessa direttamente l’organizzazione della rete ospedaliera, perché volumi ridotti pongono da anni un problema di equilibrio tra vicinanza territoriale dei servizi e sicurezza dell’assistenza.

Sul tipo di parto, il cesareo continua a occupare una posizione importante: riguarda il 29,8% dei casi, poco meno di tre nascite ogni dieci: un ricorso ancora eccessivo, anche se i dati mostrano una tendenza alla diminuzione. La media nazionale, inoltre, nasconde distanze molto ampie. Negli ospedali pubblici il cesareo riguarda il 28,4% dei parti, mentre nelle case di cura accreditate sale al 44,9%. Sul territorio si passa dal 16,2% della Toscana al 43,7% della Campania; Sicilia e Sardegna sono entrambe al 39,2%, il Lazio al 37,3% e la Calabria al 34,8%.

In altre parole, il modo in cui si viene al mondo in Italia continua a dipendere anche dal luogo nel quale si nasce. Una variabilità che il rapporto analizza attraverso la classificazione di Robson, lo standard raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità per confrontare il ricorso al cesareo tra gruppi di donne con caratteristiche ostetriche simili. Anche nelle classi considerate a minore rischio, il ministero rileva differenze regionali consistenti e quindi margini di miglioramento nelle pratiche cliniche e organizzative.

Sul fronte dell’assistenza durante la gravidanza, invece, la copertura è elevata: nel 93,8% delle gravidanze vengono effettuate più di quattro visite ostetriche e nel 76,9% almeno tre ecografie. Restano però differenze nell’accesso precoce alle cure: la prima visita dopo il primo trimestre riguarda l’1,7% delle donne italiane e il 9,8% delle straniere, mentre tra le donne con titolo di studio elementare o nessun titolo la quota di prime visite oltre l’undicesima settimana arriva al 9,5%.

Nel giorno del parto, esclusi i cesarei, nel 94,7% dei casi accanto alla donna c’è il padre del bambino; il 4,5% è accompagnato da un familiare e meno dell’1% da un’altra persona di fiducia.

Pma in 4,6 gravidanze su cento e un CeDAP nuovo dal 2026

Dentro una maternità che si sposta sempre più avanti nell’età cresce anche il peso della procreazione medicalmente assistita. Nel 2025 il ricorso alla Pma è stato rilevato in 4,6 gravidanze ogni cento; le tecniche più utilizzate sono la Fivet, con fecondazione in vitro e trasferimento dell’embrione, e l’Icsi, nella quale lo spermatozoo viene iniettato direttamente nell’ovocita.

Anche i dati sui neonati completano il quadro: lo 0,8% ha un peso alla nascita inferiore a 1.500 grammi e il 6% compreso tra 1.500 e 2.500 grammi. Nel corso dell’anno sono stati inoltre rilevati 784 nati morti, pari a 2,20 ogni mille nati, e 3.151 casi di malformazioni diagnosticate alla nascita.

Dal 2026 cambierà anche lo strumento con cui questa fotografia viene scattata. Il decreto del ministero della Salute del 5 maggio 2025 ha infatti aggiornato profondamente il Certificato di assistenza al parto, introducendo nuove informazioni sui fattori di rischio per madre e bambino e sull’organizzazione dell’assistenza, dalla gestione del travaglio al contatto pelle a pelle, dal rooming-in all’allattamento. Il nuovo sistema si applica ai dati riferiti agli eventi di nascita dal 2026. La prossima edizione del rapporto permetterà quindi di sapere molto di più su come si nasce in Italia.

Resta però il problema di quanti bambini nasceranno.

Immagine di copertina: Canva

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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