Un Paese è pronto a diventare il primo al mondo a sconfiggere il tumore al collo dell’utero

Per Chrissy Walters, una donna di Toowoomba, in Australia, la lotta contro il tumore al collo dell’utero non è una questione di statistiche, ma un “lavoro a tempo pieno” che si paga a caro prezzo. Dopo anni di tentativi per concepire, Chrissy ha ricevuto una diagnosi di tumore in fase avanzata solo sei mesi dopo la nascita della sua prima figlia. Oggi, dopo un decennio di trattamenti invasivi e debilitanti, il suo tumore è diventato terminale.

La speranza? Che la storia di sua figlia, che oggi ha 12 anni, punta a essere diversa. La ragazzina fa parte di una generazione che il Paese spera crescerà senza il peso di questa malattia. Nel 2026, ha raggiunto l’età in cui lo Stato offre la vaccinazione gratuita, un pilastro fondamentale della strategia nazionale per consegnare questo tumore alla storia.

Una rivoluzione nata in laboratorio

A raccontare il percorso dell’Australia verso l’eliminazione del tumore è iniziato ufficialmente nel 1991 con il lancio del Programma Nazionale di Screening Cervicale, che in soli dieci anni ha dimezzato l’incidenza e la mortalità nel Paese. Ma la vera svolta è arrivata nel 2006, nei laboratori dell’Università del Queensland. Qui, i ricercatori hanno sviluppato il Gardasil, un vaccino pionieristico contro il Papillomavirus umano (Hpv).

L’Hpv è un virus estremamente comune che, pur essendo spesso asintomatico, può causare ceppi ad alto rischio responsabili della quasi totalità dei tumori alla cervice, la quarta forma di tumore più diffusa tra le donne a livello globale. L’Australia è stata la prima nazione al mondo a implementare un programma di vaccinazione nazionale nel 2007, estendendolo poi anche ai maschi nel 2013 per ridurre ulteriormente la circolazione del virus.

Dal Pap test al test Hpv

Oltre alla prevenzione primaria (il vaccino), l’Australia ha rivoluzionato la diagnosi precoce. Nel 2017, il Paese è stato tra i primi a sostituire il tradizionale Pap test con il test del Dna per l’Hpv. Questo nuovo metodo è molto più sensibile: identifica la presenza del virus anni prima che compaiano cambiamenti precancerosi nelle cellule, permettendo di effettuare i controlli ogni cinque anni anziché due.

Un’ulteriore innovazione, definita un “punto di svolta” dalle autorità sanitarie, è stata l’introduzione nel 2022 dell’autocampionamento universale. Questa opzione consente alle donne di raccogliere il proprio campione in privato, superando barriere legate al disagio fisico, a traumi passati o alla difficoltà di accesso agli ambulatori. Oggi, quasi la metà di tutti i test di screening in Australia viene effettuata tramite questa modalità, con un picco di adesione proprio tra i gruppi storicamente meno controllati.

Uno strumento del 1845 è ancora standard in ginecologia (ma ora un prototipo lo mette in discussione)

Definire l’eliminazione: i numeri del successo

Cosa significa “eliminare” un tumore? Per la comunità scientifica e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), il traguardo non è lo zero assoluto, ma scendere sotto la soglia di quattro casi ogni 100.000 persone. E l’Australia è sulla buona strada:

  • Attualmente registra circa 6,3 nuovi casi ogni 100.000 donne.
  • La copertura vaccinale tra gli under 15 supera l’80%.
  • Nel 2021, per la prima volta, non è stato registrato nemmeno un caso di tumore alla cervice tra le donne sotto i 25 anni a livello nazionale.

La sfida dell’equità

Il cammino verso questo traguardo, però, non è privo di ostacoli. Il “test dell’equità” è ciò che deciderà il vero successo dell’Australia. I dati mostrano infatti una profonda disparità: l’incidenza del tumore tra le donne indigene (Aborigeni e isolani dello Stretto di Torres) è due volte superiore rispetto alla popolazione generale, e il tasso di mortalità è tre volte più alto.

Senza interventi mirati, si stima che le comunità indigene raggiungeranno l’obiettivo dell’eliminazione con 12 anni di ritardo (nel 2047) rispetto al resto della nazione. Le cause sono molteplici: barriere geografiche per chi vive in zone remote, costi crescenti dei servizi medici e una persistente esitazione vaccinale alimentata dal periodo post-pandemico.

Un modello per il mondo

L’Australia non sta combattendo questa battaglia solo entro i propri confini. Attraverso programmi come l’Epcc (Elimination Partnership in the Indo-Pacific for Cervical Cancer), sta collaborando con nazioni vicine come Timor Est, Indonesia e Papua Nuova Guinea. A Dili, capitale di Timor Est, la situazione sta cambiando radicalmente. Per anni, le donne arrivavano in ospedale quando era ormai troppo tardi. Grazie alla partnership con i ricercatori australiani, oggi sono disponibili test rapidi in loco con risultati pronti in due ore, permettendo alle pazienti positive di iniziare il trattamento lo stesso giorno. Come spiega il dottor José António Gusmão Guterres: “Per la prima volta possiamo sottoporre le donne a screening precoci per prevenire il cancro”.

Mentre l’Australia punta al 2035, altri Paesi hanno raccolto la sfida. La Svezia e il Ruanda hanno fissato l’ambizioso obiettivo di eliminazione per il 2027, mentre il Regno Unito punta al 2040.

Il successo di questa missione avrebbe un impatto economico e sociale incalcolabile. Secondo la professoressa Karen Canfell dell’Università di Sydney, eliminare questo tumore non solo salverebbe milioni di vite, ma permetterebbe alle donne di rimanere attive nella forza lavoro, garantendo un enorme ritorno sull’investimento per i governi. Se l’Australia riuscirà nel suo intento, dimostrerà al mondo che, con la combinazione di ricerca scientifica, volontà politica e attenzione all’equità, un tumore che un tempo era una condanna a morte può essere finalmente relegato ai libri di storia.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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