La filiera che si spezza troppo presto: ecco perché il calcio femminile sta perdendo i suoi talenti

Nel calcio femminile, sia a livello nazionale sia in ambito toscano, sta emergendo con sempre maggiore evidenza una criticità strutturale riguardante la continuità del percorso formativo delle giovani atlete. In numerosi territori, infatti, l’assenza di prime squadre collegate ai vivai impedisce la naturale progressione delle giocatrici, generando un impatto diretto sulla stabilità dei gruppi e sulla tenuta complessiva del movimento.

La presenza di un settore giovanile rappresenta solo una parte del processo di crescita. Senza una prima squadra che garantisca continuità tecnica, visibilità e prospettive, il lavoro svolto nei vivai rischia di rimanere incompiuto. Questa mancanza crea un vuoto che si traduce in una dispersione del talento formato internamente.

L’assenza di un approdo naturale porta spesso alla rottura di intere squadre giovanili. Le atlete, una volta raggiunta l’età di passaggio, si trovano costrette a scegliere tra cambiare società, affrontare trasferimenti complessi o interrompere del tutto l’attività. Una dinamica che non solo impoverisce il percorso individuale, ma indebolisce anche la coesione dei gruppi e la continuità dei progetti tecnici.

Quando il vincolo anagrafico impone il salto di categoria e la società di appartenenza non dispone di una prima squadra, le calciatrici si trovano a dover gestire autonomamente il proprio futuro sportivo. Questo processo di ricollocamento si basa spesso sull’iniziativa personale delle atlete e delle loro famiglie, che si attivano frequentando open days e provini mirati presso i club più strutturati del territorio. Se nei contesti più virtuosi sono le stesse società d’origine a fare da tramite, segnalando i profili più interessanti a club partner o a realtà professionistiche, nella maggior parte dei casi la ricerca avviene attraverso il passaparola o il supporto di agenzie di scouting. Questo scenario costringe frequentemente le giovani atlete a dover scegliere tra il pendolarismo sportivo, con pesanti sacrifici logistici e personali per raggiungere strutture idonee, e l’abbandono precoce dell’attività, confermando quanto l’assenza di una filiera interna rappresenti una reale barriera d’accesso per il talento femminile.

Percorsi interrotti e governance: una strategia per il futuro

La mancanza di una filiera completa incide direttamente sulla qualità del movimento. Senza un ambiente che accompagni le giocatrici fino all’età adulta, il sistema perde risorse preziose e riduce la possibilità di costruire squadre competitive, radicate sul territorio e capaci di valorizzare il lavoro svolto nei settori giovanili.

La situazione evidenzia la necessità di una riflessione più ampia sulla governance del calcio femminile. La costruzione di una filiera stabile richiede programmazione, coordinamento e interventi strutturali che coinvolgano società, istituzioni sportive e realtà territoriali. Solo attraverso una strategia condivisa sarà possibile garantire continuità, crescita e sostenibilità.

La disgregazione dei gruppi e l’interruzione dei percorsi formativi non sono episodi isolati, ma indicatori di un sistema che necessita di interventi mirati. Rafforzare il legame tra vivai e prime squadre non è solo un obiettivo tecnico: è un passaggio fondamentale per assicurare al movimento femminile italiano una crescita solida e duratura.

L’intervista

Di seguito si riporta l’intervista esclusiva rilasciata alla redazione del Corriere Toscano da Stefano Landucci, Delegato per il Calcio Femminile.

Come valuta l’attuale passaggio tra settore giovanile e prima squadra nel calcio femminile? Quali sono le principali criticità di questa transizione?

Credo che la situazione attuale sia una realtà transitoria molto complessa ed eterogenea in particolare nel calcio dilettantistico. Ormai le squadre professionistiche hanno tutte sviluppato settori giovanili importanti e di qualità, non così tra i dilettanti; pertanto, molte ragazze soffrono il salto di categorie avendo fatto esperienze calciste meno significative e poco allenanti. Questo genera una difficoltà maggiore, per intensità atletica e ritmi di gioco, che stiamo cercando di colmare, valorizzando anche in LND l’importanza dei settori giovanili”.

L’assenza di prime squadre collegate ai vivai è un problema diffuso: che impatto ha, a livello psicologico e tecnico, sulla crescita delle atlete e sulla stabilità dei gruppi?

L’assenza di prime squadre collegate ai vivai interrompe di fatto il percorso di crescita. A livello psicologico, genera un calo di motivazione che nell’età adolescenziale (così come per i maschi) può portare all’abbandono dell’attività agonistica. Le ragazze si trovano senza un obiettivo concreto, senza una squadra di riferimento, senza un sogno dove approdare e questo può generare facilmente un approccio sempre meno significativo agli allenamenti, alla responsabilità. E ovviamente anche a livello tecnico, si tende ad accontentarci a dare il minimo consapevoli che tutto quanto non ha sbocchi. Questo rischia anche di avere effetti non solo nelle ragazze ma anche negli staff delle squadre.

Esistono dati o monitoraggi concreti sul tasso di abbandono sportivo delle ragazze nel momento in cui terminano il percorso giovanile?

Sebbene il calcio femminile stia registrando una crescita esponenziale di bambine tesserate nelle categorie di base si nota una forte dispersione al momento del passaggio all’attività agonistica adulta della Lega Nazionale Dilettanti questo anche perché molti territori non sono sufficientemente ‘coperti’ e le ragazze per continuare a giocare si trovano costrette a fare molti km oppure, più facilmente a smettere. Inoltre, la quasi totale assenza di rimborsi comporta nella logica di spostamenti lunghi una rimessa a volte davvero troppo importante per le ragazze che vogliono continuare a giocare.

Chi deve guidare la svolta per una filiera più solida? Quali sono i ruoli e le responsabilità di Federazione, Comitati Regionali e singole società?

Intanto credo che la vera svolta sarebbe quella di creare anche nel calcio dilettantistico femminile sempre più società con le filiere complete. Perché meglio meno società ma con la filiera solida che un numero alto di singole realtà che poi hanno vita breve. Sicuramente in tal senso è necessario che ciascuno faccia la sua parte: la Federazione deve creare quadri normativi e incentivi di crescita da permettere lo sviluppo in questa direzione, i Comitati Regionali che hanno il compito di organizzare i campionati regionali (Eccellenza, Promozione, Juniores) e l’attività di base, devono sviluppare sempre di più la continuità della filiera incentivando con apposite scelte lo sviluppo in questa direzione e al contempo devono promuovere sul territorio la crescita del movimento anche a livello di informazione, con incontri, convegni presenza sui media locali e regionali. Infine, le società, che sono chiamate ad un salto di qualità manageriale, devono investire sulla qualificazione di tecnici e dirigenti (specialmente negli ultimi anni è cresciuta la presenza di staff femminili e dirigenti donna ma ancora oggi con ruoli di scarsa responsabilità) strutturando vivai giovanili solidi e duraturi. Troppo spesso assistiamo alla presenza sul territorio di dirigenti poco motivati che vivono il femminile come una sorta di bocciatura che si approcciano al movimento con poco entusiasmo”.

Ci sono incentivi economici o riforme strutturali in programma per spingere i club a creare e mantenere una prima squadra?

Non esiste un obbligo generalizzato per i club dilettantistici di creare una prima squadra femminile. Molti Comitati Regionali LND però applicano la gratuità totale o parziale delle tasse di iscrizione per le prime squadre femminili. Qui in Toscana lo facciamo da alcuni anni per le squadre al primo anno di iscrizione alla Promozione. Potremmo in futuro, proprio in considerazione di quanto scritto più volte dell’importanza della filiera, collegare gli incentivi anche in questa direzione.

Esistono già in Italia esempi virtuosi o modelli di gestione che meriterebbero di essere replicati su scala nazionale?

In Italia non esiste ancora un modello di gestione del calcio femminile dilettantistico universalmente replicabile, poiché la sostenibilità economica è resa difficile da una forte dipendenza dai sussidi federali e dai club maschili. Tuttavia, esistono eccellenze territoriali che valorizzano la crescita del vivaio, l’inclusione e il legame con il territorio. In Toscana stiamo spingendo per la creazione di società con la filiera completa che ribadisco sono davvero il modello virtuoso da seguire. Ci piace anche penare il calcio anche luogo di crescita e educativa e sviluppo sociale. Spero che questa modalità sia sempre più presente nelle nostre società e che in collaborazione anche con le amministrazioni locali sia possibile andare in questa direzione.

Come si può superare l’attuale frammentazione del territorio? In che modo Comitati Regionali e società possono coordinarsi meglio per tutelare le atlete?

Il superamento della frammentazione e la tutela delle calciatrici dilettanti richiedono un’azione sinergica tra la Lega Nazionale Dilettanti (Lnd), i comitati Regionali e le società sportive. Non è certamente facile, però alcuni passi in avanti ci sono ed è bene sottolinearli. Oggi tutte le province del nostro territorio regionale sono coperte con realtà significative. Da quest’anno anche a Grosseto sarà possibile fare calcio dal settore giovanile fino alla prima squadra e questo è sicuramente un bene per tutti in primis le ragazze. Possiamo fare di più e meglio ma la strada tracciata è quella giusta.

Quali strumenti abbiamo oggi a disposizione per evitare che le ragazze siano costrette a cambiare club o a smettere del tutto per mancanza di sbocchi?

Non esistono strumenti ad hoc in tal senso, esiste il lavoro quotidiano che almeno qui in Toscana come Lnd Femminile stiamo portando avanti da alcuni anni. Un lavoro fatto di campo, garantendo lo svolgersi di campionati sempre più significativi, ma soprattutto un lavoro fuori dal campo fatto di presenza, incontri, promozione su tutto il territorio regionale.

Guardando al medio termine, quali obiettivi realistici vi ponete nei prossimi 3-5 anni per garantire stabilità al movimento?

Gli obiettivi principali sono di tre tipi, il primo è quello di investire sempre di più nelle giovani calciatrici garantendo percorsi dai primi calci alla prima squadra. Secondo aspetto fondamentale investire sui media, aumentare la visibilità sui territori locali e sui social garantisce sviluppo e voglia di partecipare. Infine, costruire staff e dirigenti sempre più qualificati che credono fortemente nello sviluppo a tutto tondo dell’intero movimento.

Davide Caruso

© Riproduzione riservata

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