I tentacoli della criminalità organizzata calabrese si erano allungati fino al cuore della Toscana, inquinando il tessuto economico locale con traffici di droga e prestiti a tassi strozzinaggio. Ora, a conclusione di un lungo iter giudiziario, lo Stato ha acquisito in via definitiva i beni accumulati illecitamente da un narcotrafficante e usuraio strettamente contiguo alla cosca della ‘Ndrangheta dei ‘Bellocco’ di Rosarno.
L’operazione, condotta dai finanzieri dei Comandi Provinciali di Firenze e Reggio Calabria insieme al personale dello S.C.I.C.O., ha portato alla confisca di un patrimonio stimato in circa 200mila euro.
Gli affari criminali in Toscana: usura a Siena e droga a Pistoia
La figura del criminale, caratterizzata da una pericolosità sociale costante fin dalla fine degli anni Novanta, è emersa con forza in due distinte inchieste coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo toscano e condotte dal G.I.C.O. fiorentino.
L’episodio più allarmante per l’economia regionale riguarda l’indagine Buenaventura. In questo filone, l’uomo ha preso di mira un imprenditore del settore tessile attivo nella provincia di Siena. A fronte di un credito concesso, il calabrese applicava tassi di interesse usurai che superavano la soglia del 66% su base annua. Per recuperare il denaro, l’esponente criminale non ha esitato a mettere in atto pesanti manovre estorsive, aggravate dall’utilizzo del metodo mafioso. Per questi reati contro la persona e il patrimonio, nel 2022 il GUP del Tribunale di Firenze lo ha condannato in primo grado a otto anni di reclusione con rito abbreviato.
Il territorio toscano era per lui anche un crocevia per lo spaccio. L’operazione Erba di Grace ha infatti certificato il suo coinvolgimento in un traffico di sostanze stupefacenti radicato nella provincia di Pistoia. Una rete illecita che gli è costata una condanna a quattro anni di reclusione, emessa dal GIP fiorentino nel 2021 e successivamente confermata dalla Corte d’Appello nel 2022.
Queste attività si sommavano a quelle scoperte nell’ambito dell’operazione Magma della DDA reggina, culminata nel 2019 con quarantacinque provvedimenti cautelari e una pesantissima condanna a venti anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti.
Il sequestro dei beni e le misure personali
La stretta sinergia tra le Direzioni Distrettuali Antimafia di Firenze e Reggio Calabria ha permesso di ricostruire la netta sproporzione tra i redditi dichiarati e la reale ricchezza a disposizione dell’uomo. Applicando il ‘Codice Antimafia’, la Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi della difesa e confermato le decisioni assunte in primo e secondo grado.
Lo Stato ha così incamerato in via definitiva una società, un fabbricato, tre autoveicoli, svariate disponibilità finanziarie e un’imbarcazione da pesca lunga circa sedici metri. Oltre al colpo inferto al portafoglio, il decreto della Corte d’Appello reggina ha reso operativa anche la misura di prevenzione personale, che obbligherà l’individuo a un regime di sorveglianza speciale, con l’obbligo di risiedere nel proprio comune per un periodo di quattro anni.
L’epilogo di questa indagine segna un punto cruciale nella tutela della sana imprenditoria, contrastando le infiltrazioni mafiose nel mercato per restituire trasparenza e legalità all’intero tessuto economico.
REDAZIONE


