Leggere le chat del partner o dei figli è reato? Cosa dice la legge

Bastano pochi secondi: il telefono lasciato sul tavolo, un pin che conosci, WhatsApp a portata di mano. Quando quel dispositivo appartiene alla persona con cui condividi la vita, la tentazione di dare un’occhiata può sembrare innocua. Ma non lo è necessariamente.

Conoscere la password, infatti, non significa essere autorizzati a entrare nelle conversazioni dell’altro. E matrimonio o convivenza non cancellano il diritto alla riservatezza. Il discorso cambia quando lo smartphone appartiene a un figlio minorenne: qui al diritto alla privacy si affianca il dovere dei genitori di educare, proteggere e vigilare.

Due situazioni quotidiane, ma giuridicamente molto diverse. E un confine che diventa ancora più sottile quando entrano in gioco geolocalizzazione, parental control e applicazioni capaci di monitorare quello che accade sul telefono.

Su questo equilibrio richiama l’attenzione anche l’avvocato Mattia Fontana: nella coppia la confidenza non equivale al consenso ad accedere alle comunicazioni private; nel rapporto con i figli, invece, la vigilanza è possibile, ma incontra limiti precisi.

Leggere le chat di marito o moglie può essere reato

Essere sposati non significa avere libero accesso allo smartphone dell’altro. E nemmeno conoscere il codice di sblocco basta, da solo, a rendere lecita la lettura delle chat.

Il partner controlla il telefono? Per una donna su quattro “non è un problema”

La Cassazione lo ha chiarito con la sentenza n. 3025 del 27 gennaio 2025. Nel caso esaminato, l’accesso alle conversazioni della compagna aveva fatto entrare in gioco due diverse fattispecie: l’accesso abusivo a un sistema informatico, previsto dall’articolo 615-ter del Codice penale, e la violazione della corrispondenza, prevista dall’articolo 616. La Corte ha precisato che anche credenziali comunicate in precedenza non autorizzano un accesso che superi i limiti del consenso ricevuto o sia contrario alla volontà del titolare.

L’uomo conosceva quindi le credenziali, ma una password conosciuta o comunicata in precedenza non diventa un lasciapassare permanente. In altre parole, poter sbloccare un telefono non significa poter leggere tutto ciò che contiene.

La Cassazione è tornata sul tema pochi mesi dopo, con la sentenza n. 19421 del 2025, relativa a un uomo che aveva estratto alcuni messaggi dal cellulare utilizzato esclusivamente dalla ex moglie per produrli nel giudizio di separazione. Anche in quel caso i giudici hanno considerato il telefono protetto da password come uno spazio privato sul quale il titolare conserva il diritto di escludere gli altri. Nemmeno la volontà di procurarsi una prova da utilizzare in tribunale rende quindi automaticamente legittimo entrare nel telefono dell’altro.

E se il telefono è di un figlio minorenne?

Se il telefono è di un figlio minorenne il confine si sposta. I genitori hanno una responsabilità che comprende educazione e vigilanza, ma deve essere esercitata tenendo conto anche delle capacità e della progressiva autonomia del figlio.

Anche un minorenne, infatti, ha una propria sfera di riservatezza. La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia tutela espressamente la vita privata e la corrispondenza di bambini e adolescenti contro interferenze arbitrarie o illegali.

Tradotto nella vita quotidiana: un genitore può avere ragioni legittime per controllare, ma non un diritto indiscriminato a sapere tutto. La Cassazione ha affrontato questo equilibrio già nel 2014, in un caso relativo alla registrazione delle telefonate tra figli minorenni e l’altro genitore. Il principio indicato dalla Corte è che il diritto-dovere di vigilanza può giustificare un’interferenza nella riservatezza del minore soltanto quando esiste una reale esigenza di tutela e il controllo viene esercitato nell’interesse del figlio.

L’età, il contesto e la presenza di un pericolo concreto diventano quindi centrali.

Un conto è intervenire dopo aver scoperto che un ragazzo riceve messaggi sospetti da uno sconosciuto o che un adolescente è vittima di minacce, cyberbullismo o ricatti. Altro è leggere quotidianamente tutte le sue conversazioni soltanto per sapere con chi parla, cosa racconta agli amici o con chi ha una relazione.

Quando controllare può essere giustificato

Non esiste una soglia identica per tutte le famiglie e per tutte le età. A orientare il controllo dovrebbe essere prima di tutto la necessità di protezione.

Segnali di adescamento online, sextortion, cyberbullismo, minacce, diffusione di immagini intime o contatti potenzialmente pericolosi possono richiedere un intervento più incisivo. In questi casi aspettare che un ragazzo racconti spontaneamente ciò che sta accadendo può non essere sufficiente.

Ma la vigilanza non coincide automaticamente con la lettura sistematica di ogni messaggio.

Più un figlio cresce, più il problema si sposta dal semplice controllo alla costruzione di un equilibrio tra sicurezza e autonomia. La supervisione esercitata su un adolescente molto giovane non può essere identica a quella riservata a un ragazzo vicino alla maggiore età. Età, maturità e natura del rischio contano nel valutare quanto un controllo possa essere giustificato. La stessa responsabilità genitoriale, secondo il Codice civile, deve essere esercitata tenendo conto delle capacità e delle inclinazioni del figlio.

E se il ragazzo sa di essere controllato? Anche questo fa la differenza. Concordare in anticipo alcune regole sull’uso dello smartphone è diverso dal sorvegliarlo di nascosto. Ma la trasparenza non rende automaticamente proporzionata qualsiasi forma di controllo: conoscere le regole non significa rinunciare a ogni spazio di riservatezza.

Genitori oggi? Discreti, ma con il parental control acceso

Parental control, protezione o sorveglianza?

Poi ci sono le app e i sistemi di parental control, che spostano il controllo dal singolo episodio alla gestione quotidiana del dispositivo.

Le funzioni cambiano a seconda dello strumento: possono servire a limitare il tempo di utilizzo, filtrare siti e contenuti, gestire il download delle applicazioni, bloccare acquisti, stabilire fasce orarie e, in alcuni casi, consentire la localizzazione del dispositivo.

La funzione è soprattutto preventiva: ridurre l’esposizione a contenuti inadatti all’età e accompagnare l’utilizzo dello smartphone attraverso regole definite dagli adulti. In Italia l’Agcom prevede che gli operatori mettano gratuitamente a disposizione sistemi di parental control per limitare o bloccare l’accesso dei minori a determinate categorie di contenuti; nelle offerte dedicate ai minori questi sistemi devono essere preattivati.

Non tutte le forme di controllo, però, hanno lo stesso peso. Un filtro sui contenuti pornografici o un limite all’utilizzo notturno del telefono rispondono a una logica diversa dal monitoraggio continuo degli spostamenti. La geolocalizzazione può essere uno strumento di sicurezza in alcune circostanze, ma cambia natura se diventa un modo per sapere sempre dove si trova un figlio, indipendentemente dal contesto.

Anche qui l’età fa la differenza. Le impostazioni adottate nei primi anni di utilizzo autonomo dello smartphone possono essere riviste con la crescita, la maturità e la capacità di gestire i rischi. Il parental control, in questa prospettiva, può accompagnare verso una maggiore autonomia anziché mantenere invariato nel tempo lo stesso livello di supervisione.

C’è infine un aspetto educativo. Gli strumenti tecnologici possono impedire un accesso, fissare un limite o segnalare una posizione, ma non insegnano da soli a riconoscere un pericolo, gestire la propria presenza online o chiedere aiuto quando qualcosa non va.

La questione torna quindi al punto di partenza: proteggere un minore non significa necessariamente sapere tutto quello che fa. Il controllo tecnologico può essere uno strumento della responsabilità genitoriale, ma non può sostituire la costruzione progressiva di autonomia e fiducia.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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